Un discorso con poche sorprese, che ha anche agitato i mercati. Quello di Donald Trump, che avrebbe dovuto aprire alla fine del conflitto, è stato invece un intervento di 20 minuti in cui, sostanzialmente, ha confermato che le ostilità andranno avanti. Ma tra le righe ha delineato anche quali sono i quattro obiettivi degli Stati Uniti. A mettere bene in chiaro i quattro punti del piano ci ha pensato il segretario di Stato Marco Rubio, che ha riassunto tutto in un tweet: «Il presidente Trump ha pronunciato un discorso incisivo stasera. È stato chiaro sui nostri obiettivi in Iran», poi elencati in ordine:
- distruggere le loro fabbriche di armi;
- distruggere la loro marina;
- distruggere la loro aviazione;
- distruggere le loro possibilità di possedere un’arma nucleare.
In oltre un mese di guerra, i numeri mostrano che solo una parte degli obiettivi resta da raggiungere e che alcuni sono molto difficili da completare senza operazioni di terra su scala più o meno ampia. Ma andiamo con ordine.
La distruzione del programma missilistico
Per avere un’idea dell’andamento della guerra possiamo affidarci ad alcuni dati diffusi dall’esercito israeliano, che insieme agli Usa ha partecipato all’operazione. L’Idf, si legge in uno degli ultimi dossier dell’Institute for the Study of War, avrebbe colpito 15 siti di produzione di armi iraniane. Non solo. Sempre secondo Tel Aviv, ci sarebbero stati 600 attacchi mirati contro siti missilistici balistici iraniani dall’inizio della campagna.
Un’indagine del Washington Post, basata sull’osservazione di immagini satellitari, è stata in grado di confermare il danneggiamento o la distruzione di quasi una trentina di strutture in uno degli impianti più importanti, quello del complesso militare di Shahroud, nella provincia di Semnan. Nei vari aggiornamenti dell’Isw si legge anche che un’analista del James Martin Center for Nonproliferation Studies ha valutato come i raid di Usa e Israele siano stati in grado di colpire, danneggiandoli, edifici per la miscelazione di propellenti, fonderie e una linea di produzione di testate nel sito di Khojir. L’elenco, in realtà, è ancora più lungo e comprende:
- il quartier generale della 55th Airborne Brigade a Shiraz;
- la caserma dell’840th Missile Group ad Aran e Bidgol;
- il deposito di missili vicino ai monti Baharestan, nell’area della 15th Khordad Missile Base;
- il complesso MODAFL con infrastrutture per missili balistici avanzati;
- un edificio della IRGC Defense Industries a Teheran;
- tre grandi acciaierie iraniane colpite il 31 marzo;
- la struttura Tofigh Daru, collegata alla SPND, quindi più al settore ricerca/doppio uso e armi chimiche che ai missili in senso stretto;
- l’uccisione di Mohammad Sadeghi, ufficiale del comando missilistico del Ghadir Missile Command, descritto come responsabile di tunnel e infrastrutture missilistiche.
A tutto questo vanno aggiunti anche altri siti colpiti, come uno per la produzione di motori per missili, uno per la produzione di motori per droni e uno per lo stoccaggio e la produzione di sistemi di difesa aerea. Secondo uno studio della Cnn, su 107 ingressi ai tunnel sotterranei usati nel programma missilistico almeno il 77% sarebbe stato compromesso.
Una distruzione che, se da un lato non certifica completamente la fine del programma missilistico della Repubblica islamica, dall’altro indica una riduzione sostanziosa della minaccia missilistica: uno dei punti più sensibili non solo per Washington, ma soprattutto per Israele.
La distruzione della marina: incompleta, soprattutto a Hormuz
Su questo punto i dati sono meno incoraggianti. Stando ai rapporti dell’Institute for the Study of War e del Critical Threats Project, emerge che in trenta giorni di guerra sono state distrutte almeno 150 navi iraniane, che comprenderebbero il 92% delle unità più grandi. In questo conteggio ci sarebbero anche 44 unità posamine. Fonti americane e israeliane confermano anche raid contro infrastrutture navali in alcune isole strategiche intorno allo Stretto di Hormuz, ma anche contro il quartier generale regionale della marina dei Pasdaran a Bushehr.
Il problema, però, è che la marina iraniana è sbilanciata a favore di una guerriglia navale basata più su una flotta di barchini che su grandi navi. E così Teheran può ancora avvicinare e minacciare le navi in navigazione lungo Hormuz, usare una tecnica combinata con mine navali e droni e infastidire le attività di imbarcazioni con tonnellaggio maggiore. Questo, unito alle capacità missilistiche e dronistiche, fa sì che il problema più grande del conflitto, ovvero il disarticolamento delle catene del valore con la chiusura de facto dello Stretto, rimanga di difficile soluzione. E infatti, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, almeno due petroliere sono finite nel mirino dei Pasdaran.
La distruzione dell’aviazione: il successo maggiore
Il 28 marzo scorso Trump ha parlato di un’aviazione «completamente spazzata via», ma qual è davvero lo stato di salute delle forze aeree del regime? Secondo i dati disponibili, l’aviazione è uno dei comparti che più hanno sofferto la guerra. Secondo l’Idf, almeno l’80% dei sistemi di difesa aerea iraniani è stato distrutto, inclusa una batteria di missili HQ-9B di fabbricazione cinese piazzata a Teheran. Stando alle stime del Critical Threats Project e dell’Institute for the Study of War, basate su rapporti del CENTCOM e dell’Idf, sarebbero stati distrutti 51 velivoli: tra questi almeno otto F-14 Tomcat, dieci F-7M, sei aerei da trasporto Il-76 e tre An-74.
La distruzione del programma atomico: il nodo dell'uranio
Questo è forse il dato più dolente. Già nel giugno 2025, con l’operazione «Martello di Mezzanotte», Trump aveva dichiarato che il programma nucleare iraniano era stato quasi del tutto annientato. In realtà il nodo rimane ancora irrisolto. Per prima cosa, nel corso dell’ultimo mese americani e israeliani hanno ripreso ad attaccare i siti. Complessivamente sono stati colpiti i siti di Natanz e Fordow, in particolare con bombe a penetrazione. Poi di nuovo la zona di Isfahan, in particolare una struttura per l’estrazione e la conversione di materie prime, ma anche il reattore ad acqua pesante di Arak e 12 strutture nel complesso di Parchin, legato ai test per l’innesco degli ordigni.
Una simile offensiva ha compromesso in modo decisivo il programma, ma non ha risolto alla radice il problema: ovvero i circa 457 chili di uranio arricchito al 60% ancora nelle mani dei Pasdaran, una quantità non indifferente che potrebbe bastare per una decina di testate. Questo uranio si troverebbe distribuito in diverse zone: la maggior parte nei bunker sulle montagne vicino a Isfahan, mentre altro si troverebbe nei tunnel crollati a Natanz. Un’ottantina di chili, però, sarebbe nelle mani dei Guardiani della rivoluzione e sarebbe sparpagliata in località ignote.
Sulla questione dell’uranio si susseguono indiscrezioni sulla possibilità che gli Usa compiano operazioni speciali direttamente sul suolo iraniano. Ma tutti gli scenari indicano tempi incerti sulla durata delle operazioni. Data la profondità alla quale è stoccato il materiale, servirebbero squadre in grado di scavare in profondità, e questo implicherebbe lavori di giorni, se non di settimane. Quindi il numero di militari da impiegare crescerebbe notevolmente.
Servirebbe una forza di interdizione per creare un perimetro sicuro per i lavori, il tutto in un Paese ostile, con una possibile risposta in massa delle forze iraniane e dei Pasdaran. In sostanza, un incubo strategico che rende questo obiettivo tra i più difficili.