Una griglia di fotografie in bianco e nero, decine di volti di bambini affiancati uno accanto all’altro come in un memoriale. L’immagine, diffusa dal Tehran Times e rilanciata sui social, mostra i ritratti e i nomi dei minori che, secondo la narrativa iraniana, sarebbero morti nel bombardamento della scuola di Minab, nel sud dell’Iran, a causa degli attacchi americani e israeliani. Ancora nessuna certezza sulla responsabilità di quell'attacco. Ma a colpire in questo collage è altro.
Tomorrow's edition of the Tehran Times
— Tehran Times (@TehranTimes79) March 8, 2026
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L'immagine è costruita per colpire l’emotività. I volti dei bambini sono disposti in file ordinate, ognuno accompagnato dal proprio nome. Il numero elevato di foto racconta la tragedia: 150 bambini uccisi. Un collage pensato per circolare rapidamente sui social e diventare un simbolo visivo della versione iraniana dei fatti. Nessuno mette in discussione la tragedia. Nessuno nega che quei bambini siano morti sotto le bombe. Le vittime civili restano il volto più crudele di ogni guerra.
Ma è il modo in cui certa stampa iraniana utilizza quelle immagini a far emergere un paradosso difficile da ignorare. Teheran prova oggi a presentarsi come vittima di una guerra che colpisce i bambini, trasformando quei volti in uno strumento di mobilitazione emotiva dell’opinione pubblica internazionale. Ma lo fa mentre da anni è accusata da governi occidentali e centri di analisi di geopolitica di sostenere e finanziare una rete di milizie armate in diverse aree del Medio Oriente. Il sostegno a Hezbollah in Libano, i rapporti con Hamas nei territori palestinesi, l’appoggio alle milizie sciite in Iraq e ai ribelli Houthi nello Yemen sono elementi che da tempo collocano l’Iran al centro di una rete di attori armati che attraversa l’intero scacchiere mediorientale.
Ed è proprio questa contraddizione a rendere ancora più evidente il paradosso su questa copertina di giornale. L’immagine sposta il racconto del conflitto dal terreno geopolitico a quello emotivo, scegliendo il simbolo più potente possibile: l’infanzia colpita dalla guerra. Non solo. Il paradosso è ancora più evidente se pensiamo ai fatti iraniani più recenti. Le proteste interne che hanno attraversato il Paese negli ultimi mesi sono state represse con durezza. Migliaia di manifestanti sono stati arrestati e centinaia di persone hanno perso la vita per le vie di Teheran. Tra le vittime della repressione ci sono stati anche giovani, studenti e ragazzi poco più che adolescenti. Immagini che hanno fatto il giro del mondo e alle quali non si può non pensare di fronte alla prima pagina del Tehran Times: mentre oggi il regime mostra al mondo i volti dei bambini di Minab per denunciare la guerra, fino a pochi giorni fa nelle piazze iraniane morivano giovani manifestanti colpiti durante le proteste.
È questa la contraddizione che rende questa pagina di giornale molto più di una semplice immagine commemorativa. Non è soltanto il racconto di una tragedia. È anche un tentativo politico di trasformare quelle vittime in uno scudo mediatico. Teheran prova così a ribaltare il racconto del conflitto e a presentarsi come difensore dei civili.
Ma dietro quel collage di fotografie resta una domanda che continua a emergere: come può un regime accusato di sostenere milizie armate nella regione e di reprimere con la forza le proteste interne trasformare oggi i bambini nel simbolo della propria propaganda?