Nelle ultime quarantotto ore, il mondo si è ritrovato con una guerra nel crocevia tra Europa, Asia e Africa, in quel Medioriente il cui ordine è stato capovolto dai massacri del 7 ottobre 2023 e che, al termine delle operazioni militari americane ed israeliane, sarà un luogo completamente diverso rispetto agli ultimi decenni. Gli alleati di Teheran, Russia e Cina, hanno preso posizioni nette - più granitica la prima della seconda, sempre interessata soprattutto ad una stabilità geopolitica favorevole all'economia -, così come i Paesi arabi che si sono trovati bersagli dei missili e dei droni dei pasdaran. Cauta la Turchia, mentre dalle nazioni europee sono arrivate risposte in ordine sparso ma allineate con l'azione bellica voluta dal presidente americano Donald Trump.
Il Dragone condanna ma "frena" i Pasdaran
Fin dall'inizio degli attacchi israelo-statunitensi, la Cina ha chiesto «lo stop immediato» delle operazioni belliche, mettendo in guardia dalla prospettiva di «una ulteriore escalation» nella regione. Un invito esplicito a Washington e Tel Aviv, ma anche uno implicito a Teheran a porre fine alle rappresaglie contro gli Stati del Golfo. Pechino ha anche esortato alla ripresa del dialogo e dei negoziati, sottolineando gli obblighi previsti dal diritto internazionale e schierandosi inequivocabilmente contro le ipotesi di cambio di regime in Iran. Non solo. Durante una riunione del Consiglio di Sicurezza, Fu Cong, l'ambasciatore del Dragone alle Nazioni Unite, ha definito «arroganti» i raid americani e dello Stato ebraico, dicendosi «scioccato» dal fatto che questi siano avvenuti durante i negoziati tra gli Stati Uniti e il regime islamico. L'ultimo affondo diplomatico dalla Cina è arrivato dopo la conferma ufficiale della morte di Khamenei, ucciso in un attacco che, secondo la Repubblica popolare, «viola la sovranità e la sicurezza dell'Iran e calpesta gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite».
Ue, sostegno (e distinguo) all’azione degli Stati Uniti
L'Unione europea, per bocca della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ha espresso la propria solidarietà ai Paesi arabi coinvolti nella rappresaglia iraniana e ha invitato, come sempre, alla moderazione, al ripristino della stabilità e a una «transizione credibile» nella Repubblica islamica. Dalle singole nazioni, invece, sono arrivate dichiarazioni più nette. La portavoce del governo di Parigi, Maud Bregeon, ha affermato che la Francia non può che «essere soddisfatta» per la morte del «dittatore sanguinario» Ali Khamenei. Dello stesso tenore le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha condiviso il «sollievo» degli iraniani nel vedere il regime degli ayatollah che si sta avviando verso la fine. Tuttavia, il capo del governo di Berlino ha anche affermato che «la soglia verso un futuro incerto è stata superata». Più timida, infine, la postura britannica. Londra, infatti, ha ribadito che l'Iran non dovrà mai avere la bomba atomica e ha ricordato la natura violenta del regime, ma allo stesso tempo ha indicato la stabilità della regione come obiettivo primario e ha ricordato il suo impegno per la diplomazia.
La strategia di Erdogan: cautela e diplomazia
Ankara ha deciso, per il momento, di adottare una postura neutrale e offrirsi come mediatore. Una mossa che non sorprende visto che fa parte della Nato, non vede di buon occhio né l'Iran né Israele e ha molteplici interessi nella regione, in particolare lungo il confine che condivide con Siria e Repubblica islamica dove si trovano le milizie curde, pronte a sfruttare ogni occasione per inseguire l'obiettivo di un Kurdistan indipendente. Il ministero degli Esteri turco ha invitato tutte le parti in conflitto a cessare immediatamente gli attacchi. Dicendosi preoccupato per una possibile «escalation di violenza» e per «azioni che violano il diritto internazionale e minacciano la vita di civili innocenti», si è infatti opposto sia ai raid americani ed israeliani sia alla rappresaglia iraniana contro i Paesi del Golfo. In una telefonata con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha indicato un processo negoziale come «la strada più razionale» per risolvere la crisi. In questo senso, il suo capo della diplomazia Hakan Fidan, inoltre, ha sentito l'omologo omanita Badr Albusaidi «nell'ambito degli sforzi per trovare una soluzione» assieme al Paese coinvolto, prima dell'escalation, nelle trattative tra Washington e Teheran.
Putin elogia Khamenei e attacca Donald e Bibi
Posizione simile alla Cina, ma decisamente più netta, quella adottata dalla Russia. Il rappresentante permanente di Mosca alle Nazioni Unite, Vasily Nebenzia, ha definito le operazioni statunitensi ed israeliane come un tradimento della diplomazia e una «aggressione armata non provocata e una interferenza negli affari interni dell'Iran». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, invece, ha parlato di «una pericolosa avventura», con possibili conseguenze le cui responsabilità ricadranno «su chi la ha messa in atto». Durissima anche la condanna del presidente Vladimir Putin per la morte di Ali Khamenei, suo stretto alleato nonché fornitore di droni kamikaze utilizzati sul fronte ucraino. Lo Zar ha inviato al suo omologo iraniano Massoud Peseshkian un telegramma di condoglianze, in cui ha affermato che l'ayatollah sarà ricordato nella Federazione come «uno statista eccezionale» e un partner di prim'ordine per Mosca. Secondo il leader del Cremlino, inoltre, la sua uccisione è stata portata a termine «con una cinica violazione di tutte le norme della morale umana e del diritto internazionale».
Il fronte sunnita compatto contro i missili di Teheran
La rappresaglia di Teheran contro i Paesi del Golfo ha compattato il fronte delle nazioni mediorientali. La Lega araba ha condannato «con la massima fermezza» le azioni della Repubblica islamica contro il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, che hanno provocato morti e feriti, oltre a causare considerevoli danni economici. Amman e Doha hanno annunciato che si coordineranno per migliorare la difesa, mentre già nel primo giorno di guerra l'Arabia Saudita ha dichiarato che si riserverà il diritto di rispondere all'aggressione iraniana, dopo che i pasdaran hanno colpito nelle vicinanze della capitale Riad e nelle regioni orientali del Paese. Il re del Marocco Mohammed VI, invece, ha definito «inaccettabili» gli «spregevoli atti di aggressione» dell'Iran contro gli «Stati arabi fratelli».
Persino l'Autorità nazionale palestinese si è schierata contro Teheran. Posizione più morbida, invece, quella del presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi, che ha messo in guardia contro un possibile aggravamento della crisi e ha esortato le parti coinvolte a cercare la via del dialogo.