La guerra non ricomincerà, promette Donald Trump, che parla degli ultimi raid come di «una cosa veloce»: «Finirà tutto presto e il petrolio scorrerà». Ma la tregua tra Stati Uniti e Iran è stata nuovamente interrotta dall’ordine che il presidente americano ha impartito durante il vertice Nato di Ankara, dal quale ha dato il via a nuovi bombardamenti e ne ha promessi (e fatti) di nuovi per la notte appena trascorsa, accusando gli iraniani di essere dei «bugiardi», anzi peggio: «Sono feccia, guidati da persone malate e spietate. Trattare con loro è una perdita di tempo. La tregua è finita». Attacchi su Hormuz, esplosioni nel sud dell’Iran: attivata la difesa aerea.
L’illusione di una settimana di calma, per i funerali in Iran della Guida Suprema Ali Khamenei, si è infranta per prima nella notte fra martedì e mercoledì, di fronte ai nuovi raid americani sulla Repubblica islamica, quando i caccia americani hanno colpito con portata e potenza 4-5 volte superiore rispetto a fine giugno. È stata la reazione statunitense agli attacchi dei pasdaran avvenuti nei giorni scorsi nello Stretto di Hormuz contro tre navi che stavano seguendo una rotta non concordata con le autorità di Teheran. Una chiara violazione della tregua concordata per 60 giorni, fino al 18 agosto, nel memorandum d’intesa siglato fra i due Paesi, giura Donald Trump.
Nel mirino sono finiti obiettivi strategici, dall’isola di Qeshm, strategica per il controllo iraniano dello Stretto, all’aeroporto di Bandar Abbas, dai porti di Sirik, Mahshahr e Imama a due basi militari nella provincia di Bushehr. Almeno 8 militari sono rimasti uccisi.
«Vendicheremo il loro sangue», ha promesso l’esercito. Prima dei raid, gli Stati Uniti hanno revocato la deroga temporanea alle sanzioni che consentiva all'Iran di produrre, vendere ed esportare petrolio, aumentando la pressione economica su Teheran, mentre il prezzo del greggio è tornato a salire indebolendo le Borse.
La reazione dell’Iran non si è fatta attendere e i pasdaran hanno puntato ancora una volta su obiettivi americani nei Paesi del Golfo, Bahrein e Kuwait. Droni e missili iraniani hanno preso di mira 85 siti presso «importanti installazioni militari statunitensi». Il presidente americano ha già annunciato che potrebbe ripristinare il blocco sullo stretto di Hormuz e prendere il controllo dell’isola di Kharg, dalla quale transita circa il 90% delle esportazioni di greggio dell’Iran e che è stata finora risparmiata dopo la firma del memorandum e i negoziati, sospesi per i 250 anni dell’indipendenza americana e per i funerali di Khamenei, che oggi sarà sepolto nella sua città natale di Mashhad, dopo sei giorni di cerimonie funebri, di cui la teocrazia ha approfittato per offrire un’immagine di forza e unità, anche se gli iraniani sono sfiancati dal disastro economico e dalla mancanza di ogni minima libertà fondamentali. In barba ai rischi di un’escalation che potrebbe dare il colpo finale alla Repubblica islamica, il regime per primo è tornato a usare Hormuz come arma e minacciato di chiuderlo in caso di nuovi attacchi. Teheran ha promesso di trasformare la costa, se ci sarà un’invasione, «in un inferno» per il nemico. Il capo-negoziatore Mohammad Ghalibaf ha fatto sapere che «l’era del bullismo e delle estorsioni è finita», «l’Iran non si piegherà». Per il presidente Pezeshkian «gli Usa barano ai Mondiali come in politica». Le forze armate hanno promesso che qualsiasi sito utilizzato dagli Stati Uniti per attaccare l’Iran costituirà un «bersaglio legittimo».
Non è la prima volta che tra Stati Uniti e Iran si assiste a un’escalation che costringe i negoziatori a tornare al tavolo della trattativa.
Il presidente francese Macron è convinto che «le discussioni fra Washington e Teheran proseguiranno malgrado la ripresa dei
raid».Trump sembra meno certo, ma è la sua strategia negoziale: «Non so se avremo un accordo con l’Iran. Potremmo farne a meno, è più facile così». Ma di una cosa si dice certo: «Teheran non può avere armi nucleari».