I provvedimenti decisi per ridurre l’inquinamento da traffico sembrano rientrare nella dannosa tradizione italiana dell’incontrollata proliferazione normativa: regole che si sommano, s’incrociano, si sovrappongono e schiacciano cittadini intimiditi e appiedati. Giungla d’asfalto. Ormai, prima di mettersi al volante bisognerà consultare l’avvocato, l’esperto in fumi e, perché no, l’astrologo. A complicare il quadro c’è, poi, la molteplicità dei soggetti che sentenziano e decidono: municipali, provinciali, regionali e interregionali, sicché ai divieti ambrosiani possono sommarsi quelli «padani», nati il collaborazione col Piemonte. Cabine di regia? No, grazie. Il traffico privato non è più un problema, è una vera e propria colpa che molti si arrogano il diritto di colpire e punire. Chi non si ferma è perduto. Pensiamo ai proprietari di quel 15 per cento di veicoli che per due settimane dovranno fermarsi per dodici dal lunedì al venerdì. Hanno pagato per le due o quattro ruote tasse e balzelli d’ogni genere – che l’ultima Finanziaria ha inasprito – ma di fatto saranno quasi spossessati dei veicoli. E quando l’esperimento sarà finito forse diventerà operativo il ticket per chi oserà attraversare la cerchia dei bastioni a Milano. E i residenti? Si vedrà, si valuterà quale tassa dovrà aggiungersi a quelle che pagano per la casa. C’è di che preoccuparsi, anche perché i produttori di divieti sono sinistri creativi. Fra ordinanze e proclami molti cittadini si smarriscono e si chiedono se davvero l’inquinamento sia tutta colpa dei veicoli, se non siano più pericolose le emissioni degli impianti di riscaldamento. Che, naturalmente, non possono essere fermati né possono funzionare a targhe alterne.
S’insinua anche il sospetto che i catastrofisti della pollution siano i cugini dei climatologi che annunciano a giorni alterni la fine del mondo. E si fa strada anche il sospetto che poiché non si riesce a trasformare la città per rendere possibile una mobilità maggiore, si comprimono traffico e libertà con le «gride».Per guidare ci vuole l’avvocato
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