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Gli eurobond salva-Europa

L'Italia ha il dovere di tifare per gli eurobond. Non per spirito assistenziale. Non per chiedere sconti. Ma per interesse nazionale

Gli eurobond salva-Europa

Se l'Europa voleva un brusco risveglio geopolitico, lo ha avuto. Le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz a cavallo del weekend hanno certificato una crepa con Washington che fino a pochi mesi fa sarebbe stata impensabile. Non una divergenza tattica, ma una distanza strategica. Il messaggio è semplice: l'ombrello americano non è più un automatismo.

Ma attenzione alle illusioni. Gli strappi verbali fanno rumore, non necessariamente storia. L'Occidente non può permettersi una rottura strutturale tra Europa e Stati Uniti. L'Alleanza atlantica resta un pilastro, per ragioni militari, industriali, finanziarie. Cambierà l'equilibrio, non il legame. Più autonomia europea, sì. Separazione, no. Sarebbe un suicidio reciproco. Il punto, semmai, è un altro: se la protezione americana non è più scontata, non può esserlo nemmeno la dipendenza finanziaria. L'Europa deve imparare a finanziarsi da sola. Non è ideologia: è aritmetica.

Mario Draghi ed Enrico Letta lo hanno detto con toni diversi, ma convergenti: senza un salto negli investimenti comuni, l'Unione è destinata al declino. Competitività, tecnologia, difesa: tre parole che oggi significano una sola cosa: denaro. Molto denaro. Subito. Alla fine del 2024 Draghi stimava un fabbisogno di 800 miliardi l'anno. Dodici mesi dopo, includendo stabilmente la difesa, la cifra è salita a 1.200 miliardi. Non è un dettaglio tecnico: è la misura del ritardo europeo. Del resto, il confronto è impietoso. Gli Stati Uniti hanno potuto mobilitare centinaia di miliardi con l'Inflation Reduction Act, poi correggere la rotta con il ritorno di Donald Trump. Possono accelerare o frenare perché hanno un bilancio federale vero. Possono decidere. L'Europa, invece, negozia tra ventisette capitali. E qui entra il nodo politico: gli eurobond.

La Germania, per la sola transizione climatica, stima un fabbisogno di oltre 13mila miliardi entro il 2050. Ha creato fondi nazionali, mobilitato risorse domestiche, sostenuto la propria industria con aiuti di Stato massicci. Tutto legittimo. Ma tutto nazionale. Quando però si parla di rendere strutturale il debito comune europeo, Berlino dice no. Niente mutualizzazione permanente, niente salto federale. La ragione non è morale, è politica. Un grande piano europeo finanziato con eurobond livellerebbe il campo di gioco. Ridurrebbe il vantaggio competitivo di chi, come la Germania, dispone di maggiore spazio fiscale. Redistribuirebbe potere, non solo risorse. Eppure, senza eurobond non c'è salto di scala. Non c'è difesa comune credibile. Non c'è politica industriale europea degna di questo nome. C'è soltanto una somma di bilanci nazionali di fronte a un fabbisogno che supera mille miliardi l'anno. L'esperienza di Next Generation EU per battere il Covid lo ha dimostrato: il debito comune funziona. I mercati hanno risposto, i tassi sono rimasti sostenibili, la disciplina fiscale non è evaporata. Per la prima volta l'Europa ha agito come soggetto unitario.

In questo scenario, l'Italia ha il dovere di tifare per gli eurobond. Non per spirito assistenziale. Non per chiedere sconti. Ma per interesse nazionale. Con un debito pubblico tanto elevato, Roma non può finanziare da sola la transizione tecnologica, la difesa, l'energia, senza comprimere crescita e welfare. Una pianificazione finanziaria europea ridurrebbe la frammentazione, abbasserebbe il costo medio dei prestiti e amplierebbe lo spazio per investimenti strategici. Senza uno strumento comune, il rischio è chiaro: i Paesi con più margine fiscale faranno politica industriale aggressiva; gli altri inseguiranno, indebitandosi a caro prezzo o tagliando altrove. Il mercato unico si deformerebbe dall'interno.

È vero: oggi il governo italiano mantiene una posizione prudente, anche per preservare l'asse con Berlino. Ma la prudenza non può diventare subalternità strategica. Se l'Europa deve rafforzarsi in un mondo di blocchi continentali, deve farlo insieme. Gli eurobond non sono un favore al Sud. Sono un'assicurazione collettiva per l'intera Eurozona. Senza un vero mercato dei capitali integrato e senza un titolo europeo di riferimento, l'Unione resterà un gigante regolatorio e un nano geopolitico.

La Germania ha tutto il diritto di difendere i propri interessi nazionali. Ma dovrebbe evitare di travestire una scelta di convenienza da catechismo di virtù fiscale. La storia europea insegna che a Berlino il rigore è spesso una funzione delle condizioni economiche. Quando l'equilibrio si incrina, le certezze diventano improvvisamente flessibili. E se la locomotiva dovesse rallentare ulteriormente, se il margine fiscale si assottigliasse, se i mercati iniziassero a prezzare diversamente il rischio tedesco, l'ortodossia tedesca sugli eurobond perderebbe rapidamente la sua aura morale. E ciò che oggi a Berlino è dipinto come azzardo diventerebbe, con disinvoltura, pragmatismo europeo.

Quanto alla crepa con Washington, conviene non farsi sedurre dalla retorica. L'Alleanza atlantica non si scioglierà: è troppo profonda sul piano militare, industriale, tecnologico. Ma cambierà natura.

Meno protezione automatica, più oneri condivisi. Meno delega, più responsabilità europea. E la responsabilità, in politica, ha sempre un prezzo. Si chiama capacità fiscale. Si chiama mercato dei capitali integrato. Si chiama debito comune. Si chiama eurobond.

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