I compagni al caviale non riescono a digerire quelle canotte lùmbard

La Rossanda sul Manifesto molla la rivoluzione e si dà all’estetica e al conformismo benpensante. Il vero rammarico dei nostalgici del Pci? "Nei posti chiave dello Stato ci sono troppi brianzoli"

Com’è dolce il ricordo dei tempi passati quando c’erano i democristiani, e i comunisti, a parole, lottavano per la rivoluzione!
Oggi, da qualunque parte si guardi è uno schifo. Una masnada di commercialisti brianzoli ha preso il potere, ragionieri e geometri con il loro greve accento lombardo sono nei posti chiave dell’amministrazione dello Stato, e non parliamo di quei piedi sudati che sono scesi dalle valle bergamasche o hanno attraversato le pianure venete, arrivando al governo indossando soltanto la canottiera.
Questo è il doloroso affresco del nostro tempo che ci dipinge Rossana Rossanda: un manifesto, sul Manifesto, dell’indecenza italiana. Un tempo, dice l’ex rivoluzionaria, eravamo rispettati dall’Europa, oggi siamo derisi; un tempo i nostri governanti erano ascoltati, oggi sono sbeffeggiati: non resta che piangere, non c’è speranza!
Certo, descrivere in poche righe, in un articolo di giornale, sessant’anni e più della nostra storia è un’impresa ardua, e con un po’ di prudente umiltà sarebbe meglio astenersi. E invece a trattenersi la Rossanda proprio non ce l’ha fatta. Così eccola lì a rammaricarsi di questi tempi bui, e sembrano venire meno le forze: da vestale della rivoluzione è diventata la nonnetta dei benpensanti, dalla retorica rivoluzionaria è passata alle piccole cose di cattivo gusto di gozzaniana memoria.
Insomma, per lei come per tanti suoi amici sarebbe stato meglio morire democristiani, almeno in attesa del trapasso ci si poteva lamentare, da veri intellettuali marxisti, ricordando come sarebbe stato possibile vivere liberi e felici da comunisti nel paradiso sovietico, in Cina, a Cuba, perfino nell’Albania di Enver Hoxha.
Una volta almeno, prima di morire democristiani, si poteva soffrire tra le spire del capitalismo, architettando gloriose avventure rivoluzionarie soffrire, a parole ovviamente, perché, intanto, nessuno proibiva a questi eroi della rivoluzione di sguazzare nel fango borghese e di servirsi di ciò che affiorava dalla melma capitalistica: libertà, democrazia, benessere. Il disgusto nelle parole, l’opportunismo nei comportamenti. Una doppia morale.
È questa doppia morale che oggi non è più praticabile, che viene facilmente e immediatamente smascherata. Quella doppia morale che consentiva di predicare in un modo e razzolare in un altro. Arriva Berlusconi, e cosa ti combina? Ha la spudoratezza di dire che i comunisti sono dei criminali, che la storia del comunismo internazionale è una crudele avventura di distruzione della libertà e di annientamento della persona, che i nostri vecchi comunisti continuano a imbrogliare le carte per rendersi presentabili in un mondo che ha seppellito il comunismo. Come si permette quell’orrido Berlusconi di criticare?, dice la nonnetta uscita dalle pagine di Gozzano, che ha abbandonato la lotta di classe per diventare portavoce dei benpensanti e del conformismo moralizzatore. E, allora, preso atto che il mondo non si cambia, lei e i suoi compagni decidono di moralizzarlo: moralisti di tutto il mondo unitevi è la nuova parola d’ordine.
Questi intellettuali di sinistra, giornalisti, scrittori, architetti, comici, magistrati, professori, orfani della doppia morale ma armati di furore moralista (contro gli altri) finiscono per avere nei confronti di Berlusconi un’ossessione estetica. È un gaffeur, un bauscia: lui e i suoi alleati con quel Bossi in canottiera «unica vera tendenza di fascismo localista in abiti nuovi», dice la Rossanda, che però spera tanto in Fini. Questi politici e intellettuali di sinistra orfani della doppia morale si arrogano un diritto di veto estetico prima ancora che politico, nei confronti di Berlusconi e di chi lo sostiene, cioè la maggioranza degli italiani. Alla faccia della democrazia che ha sempre rappresentato ai loro raffinati sguardi un fastidioso ingombro politico. Così, privati della doppia morale, si sono inventati una doppia Italia, di cui parlano ovunque nei giornali, nei libri, nei tribunali, nell’avanspettacolo: un’Italia bella, colta, colma di stile e una indecente, di ragionieri, commercialisti, geometri che, naturalmente, rappresenta il nuovo fascismo.
Ma ecco che appena questa intelligenza benpensante conformista, dall’inappuntabile stile, viene pizzicata nelle sue miserie piccolo borghesi, urla, grida che la libertà di parola è minacciata, raccoglie firme di protesta, si rivolge al parlamento europeo. È ovvio: solo loro hanno il diritto di interdizione perché si ritengono ineccepibili culturalmente, perché se sciaguratamente non riescono più a predicare in un modo e a razzolare in un altro sono tuttavia convinti di poter giudicare dall’alto delle proprie qualità estetiche la moralità di chi non è bello come loro.