I dittatori buoni? Solo quelli che piacciono alla sinistra

«I blue-jeans che sono un segno di sinistra, con la giacca vanno verso destra» cantava Giorgio Gaber. Parafrasando e adattando all'attualità: «Dialogare col dittatore che è segno di destra, se lo si camuffa col buonismo va verso sinistra». Già, perché la destra stringe mani e alleanze con regimi internazionali per portare a casa contratti commerciali e risorse energetiche, mentre la sinistra lo fa ma per amore della politica e a fini umanitari.
Quando va a braccetto con gruppi estremisti come Hezbollah o Hamas - responsabili di attentati sanguinosi in tutto il Medio Oriente in nome del jihad e della distruzione di Israele - lo fa perché «includere anche questi soggetti negli sforzi per la pace è fondamentale al fine di raggiungere la stabilità in Medio Oriente». Le polemiche su D’Alema, ministro degli Esteri, che nel 2006 a Beirut passeggiava col deputato Hezbollah Hussein Haji Hassan per la sinistra furono solo «strumentalizzazioni»; «perché il “Partito di Dio” non è Al Qaida», dissero. Come se oggi Berlusconi giustificasse la visita a Tripoli con un «Gheddafi non è Bin Laden».
E perché l’allora ministro per il Commercio estero Emma Bonino, sostenitrice della linea con-le-dittature-non-si-tratta, in visita (settembre 2006) col premier Prodi a Pechino non solo non commentò la proposta del suo primo ministro di cancellare l’embargo europeo sulla vendita di armi alla Cina, ma invitò gli imprenditori a considerare il dragone «come un’opportunità»?.
Ma, si sa, la realpolitik di destra è troppo poco chic rispetto a quella di sinistra. Emblematico è il caso Iran. Furono i governi Prodi e D’Alema ad aiutare il regime quando, dopo gli anni bui di Khomeini, a fine Novanta aveva bisogno di rifarsi una verginità politica da spendere sulla scena internazionale per riacquisire uno status di partner accettabile. Così nel luglio 1998 l'allora presidente del consiglio dei ministri Romano Prodi fu il primo leader occidentale a recarsi in visita ufficiale a Teheran, rompendo un isolamento di quasi 20 anni. Il suo portavoce spiegò a chiare lettere che a muoverlo non erano affari o commercio, ma piuttosto l'esigenza di farsi «un'idea della reale situazione politica nella ex Persia». Flash back: l'anno prima era stato eletto presidente Khatami, il “riformista” con cui il regime vuole far credere al mondo di essere cambiato. Ma quello che venne osannato come l’«ayatollah Gorbaciov», si rivelò presto un bluff: nel luglio 1999, per citarne una, scelse la repressione violenta per sedare le proteste del movimento studentesco. Per non contare gli innumerevoli arresti e omicidi politici continuati durante tutto il suo governo.
In questo clima Prodi sbarca a Teheran. Dietro la sua mano che stringe quelle di Khatami e della Guida Suprema Khamenei, c'è sì quella di Bill Clinton, che sponsorizza un nuovo corso con Teheran, ma anche qualcosa in più. Che, storicamente, l'Iran abbia stretti legami con l'Italia non è una novità: proprio tra il '97 e il '98 i rapporti politici e gli scambi tra i due Paesi segnavano il picco massimo di tutti i precedenti quattro decenni. Durante gli anni della presidenza Prodi, l’Iri sigla numerosi accordi con Teheran. Nel 1997 è l’Italia la seconda partner commerciale con un volume di importazioni di oltre 1.500.000 dollari; l’Iran soddisfaceva il 18% della fame energetica italiana, secondo solo alla Libia. Prodi doveva sciogliere anche il nodo di contratti e debiti mai onorati fin dai tempi dello scià per poi aprire al sistema Italia le porte dell'economia iraniana.
Dopo Prodi, nel marzo 1999, è il turno di Khatami a Roma, prima volta di un leader iraniano in Occidente dalla rivoluzione islamica. Il presidente Scalfaro e il premier D’Alema lo accolgono in pompa magna. D’altra parte si aprivano le porte al moderato che avrebbe cambiato le sorti del Medio Oriente, a colui che (citando la prefazione di Luciano Violante al libro dello stesso Khatami “Religione, libertà e democrazia” dello stesso anno) «ha un’idea di democrazia simile a quella occidentale». Guarda caso poche settimane prima, l’Eni e la francese Elf avevano firmato un contratto che inseguivano da tempo con la compagnia nazionale petrolifera iraniana e di cui gli Usa stessi si dissero «delusi e preoccupati».
L’ultimo clamoroso atto della politica di accondiscendenza della sinistra italiana verso uno dei più feroci regimi al mondo è Prodi che nell’ottobre 2008 partecipa a una conferenza organizzata a Teheran da Khatami. L’«ayatollah Gorbaciov» non è più presidente, al suo posto c’è il sanguinario Ahmadinejad. E l’ex premier italiano non manca di stringergli affettuosamente la mano. E sorridere.

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