Ce lo chiede (persino) l'Europa, e da un bel po' di anni. La separazione delle carriere e la richiesta di una maggiore indipendenza dei giudici rispetto alla politica, oltre che rispetto ai magistrati inquirenti, fa parte da almeno il 2000 di una serie di raccomandazioni firmate Ue con nomi altisonanti (Bangalore, Venezia, Roma) che hanno lastricato - inutilmente - il complicato percorso della riforma della giustizia che l'Italia ha avviato nel 1989 con il passaggio al sistema accusatorio e parzialmente completato con il "giusto processo" del 1999, la prima e ultima bipartisan prima della riforma firmata centrodestra su cui saremo chiamati a decidere il 22 e 23 marzo.
L'appello del capo dello Stato Sergio Mattarella sul rispetto che si deve al Csm è stato sottoscritto da tutte le forze politiche. Ma un conto è difendere l'indipendenza dell'organo di autogoverno della magistratura, altro conto è fare le barricate come ha fatto la precedente consiliatura travolta dal caso dell'ex leader Anm Luca Palamara (nella foto), che è stato cacciato come capro espiatorio da un Sistema che non ha voluto autoemendarsi. Nel parere 10 del 2007 e in quello più recente (il 24 del 2021) il Ccje, acronimo di Consiglio consultivo dei giudici europei, raccomanda la necessità di "un organo che protegga l'indipendenza dei giudici e la sua autonomia limitata a favore del potere legislativo o esecutivo". Questa riforma "blinda" la magistratura con la riscrittura degli articolo 101 e 104 della Costituzione ("i giudici sono soggetti solo alla legge"; "la magistratura è autonoma e indipendente da ogni altro potere") in pieno ossequio anche a ciò che recita il documento approvato l'11 e 12 marzo 2016 dal titolo Venice Commission's Rule of Law Checklist alle pagine 39-41: "Bisogna difendere i magistrati dalle interferenze politiche". Che non sono solo quelle dei partiti e del Parlamento ma soprattutto delle correnti, un unicum in Europa. "La nomina e la promozione dei giudici non deve essere basata su considerazioni politiche o personali, ma su fattori oggettivi come abilità, integrità ed esperienza", ci dice da molto tempo l'Europa che la sinistra ha costruito. Grazie a Palamara abbiamo saputo che così non era, non è e non sarà se vince il "No". E il bello è che l'Anm aveva anche fatto finta di capirlo: " Serve un'effettiva vigilanza sull'etica dei nostri comportamenti al fine di evitare che la condotta censurabile di pochi abbia gravi ricadute in termini di credibilità sull'operato dei magistrati", si legge in un documento approvato all'unanimità il 13 febbraio 2016. Eppure, come ha documentato Ermes Antonucci sul Foglio, "dal 2021 al 2025 ben 9.718 magistrati su 9.797 (il 99,2 per cento) hanno ottenuto una valutazione positiva di professionalità dal Csm", persino alcuni magistrati beccati a flirtare pericolosamente con alcuni mafiosi. Nihil sub sole novum, ci sono procuratori condannati per aver nascosto prove alla difesa che continuano indisturbati a indagare, altri sono stati promossi pur essendo stati pizzicati al telefono con politici a dettare loro consigli e a invocare l'intervento di una corrente (chissà quale?) in loro soccorso.
Quanto alla fiducia degli italiani nella magistratura, secondo The Justice scoreboard 2024, il rapporto Ue che monitora l'andamento della giustizia nei Paesi membri, siamo fanalini di coda, davanti solo a Paesi come Ungheria, Polonia e Slovacchia.
Ma per le toghe che in questi anni hanno disfatto carriere politiche, fatto il solletico alla mafia e graziato decine di migranti farciti di precedenti penali l'unica preoccupazione è difendere un sistema che garantisce pm e giudici nel decidere a tavolino le reciproche carriere (Antonino Di Matteo e prima ancora Francesco Cossiga dicerunt) con metodi "para mafiosi". Sì, ce lo chiede l'Europa.