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I giorni delle madri coraggio

Armanda è una di quelle madri coraggio che ogni tanto la Storia ci presenta: non si è arresa alla detenzione di quel suo ragazzo ormai uomo, non ha mai ceduto alla disperazione né all'angoscia

I giorni delle madri coraggio
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Resterà la sua carezza sulla guancia di Alberto e quel bacio lieve, dato con pudore tra le lacrime: Armanda Colusso, la mamma di Alberto Trentini, il cooperante arrestato e incarcerato in Venezuela per 423 giorni, ha riabbracciato così suo figlio, che ha scontato senza accuse formali una sconcertante prigionia in uno dei carceri più brutali del mondo.

Armanda è una di quelle madri coraggio che ogni tanto la Storia ci presenta: non si è arresa alla detenzione di quel suo ragazzo ormai uomo, 46 anni, non ha mai ceduto alla disperazione né all'angoscia di non sapere per lunghi tratti nemmeno se fosse ancora vivo. Ha saputo mantenere accesa la speranza e ben solido quel filo d'amore e d'acciaio che lega indissolubilmente le madri ai figli. All'aeroporto di Ciampino aspettava il suo Alberto ai piedi della scaletta dell'aereo che l'ha riportato in Italia (nella foto) e quel cuore che le scoppiava in petto lo abbiamo sentito battere tutti.

In quattordici mesi ha ricevuto solo tre telefonate dal figlio rinchiuso in una cella di due metri, pochi minuti in tutto, e se le è fatte bastare per non perdere la forza. Con la voce pacata ma implacabile che abbiamo imparato a conoscere, ha chiesto aiuto a chiunque potesse salvare Alberto: al governo, al presidente Mattarella, anche all'ex presidente Maduro, al quale ha scritto due volte. "Gli ho detto che Alberto è il nostro unico figlio e la ragione della nostra vita. E da madre l'ho supplicato".

Grazie a un impegno diplomatico determinante, il lieto fine ha sconfitto il terrore di un epilogo che poteva essere tanto diverso. Definitivo, come quello del rogo nella discoteca maledetta di Crans Montana. Sono tutte storie di madri gigantesche travolte dal destino. Nemmeno quelle mamme si rassegnano ad aver perso un figlio, ma a loro è invece accaduto. Non hanno potuto neanche combattere per salvare i propri ragazzi: la loro battaglia inizia ora, ed è la più dura, la più innaturale che debba sostenere una madre, una violenza sull'ordine naturale delle cose. Due di loro ai funerali hanno dichiarato: "Adesso sono serena". Parole che a sentirle scoppia il cervello e si può solo intuire, nemmeno figurarsi, lo strazio che le annienta. Adesso devono affrontare la metamorfosi del lutto, cercare una via d'uscita a questo presente assurdo che non ha futuro, trovare una scappatoia che ai figli è mancata.

Certi psicologi spiegano che questa tragedia, la più assoluta di tutte, si superi se la si trasforma nell'inizio di una nuova esistenza che si decide di voler vivere. Io non so dire, dunque mi fermo: forse inventarsi che tuo figlio non è più dove stava ma è sempre con te, ecco forse può essere proprio quel figlio che senti vivere nel cuore ad accompagnarti avanti, a sostenere i tuoi passi.

Spero in una magia o in un sortilegio che impedisca loro di arrendersi e le aiuti a sopravvivere in questo mondo così terreno e banale.

La loro è una condizione talmente impossibile che in italiano non c'è nemmeno una parola per definirle: non vedove, non orfane. Madri per sempre, sì, è solo questa.

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