Questa storia ha due estremi, in mezzo una sciarada dove nessuno è chi dice di essere. Primo estremo: siamo a Londra in una mattina dell'ottobre del 1902. Da una carrozza scende un uomo che bussa pieno d'angoscia per tre volte alla porta del numero 30 di Holford Street. Viene ad aprirgli una donna che tutti conoscono per essere la moglie del dottor Jacob Richter. Subito dopo spunta il doctor Richter, entusiasta di accogliere il visitatore partito dall'insediamento siberiano di Verchojansk e che ha raggiunto la capitale britannica dopo un epico viaggio condotto con quasi ogni tipo di mezzo disponibile. Lo apostrofa: "È arrivato Penna!".
Penna è il soprannome di uno dei più brillanti cervelli bolscevichi noto per le sue doti di scrittura: Lev Bronstejn. Tutti nel partito lo chiamano Penna, lungo il percorso ha cambiato diversi nomi. È così aduso agli pseudonimi che anche il lettore probabilmente lo conosce con quello più famoso: Trockij. Ah ovviamente il dottor Richter è Vladimir Ul'janov, per gli amici Lenin. Entro pochi anni andranno al potere in Russia e porteranno con sé una metodologia di gestione del potere basata sulla segretezza, l'infingimento e anche la capacità di infiltrarsi in qualsiasi apparato simulando o dissimulando la propria identità.
Secondo estremo: siamo negli Usa nel giugno del 2010 a Cambridge Massachusetts. Ad un certo punto gli agenti dell'Fbi bussano alla porta di Ann Foley e del marito Don. Li arrestano davanti ai loro figli Tim e Alex. Sostengono siano agenti russi. I figli sono increduli, sono cresciuti negli Usa, non li hanno mai sentiti dire una parola in russo. Eppure è tutto vero. La vera Ann Folley era una bambina canadese morta di meningite all'Ospedale generale di Montréal nel 1962. La donna che aveva preso il suo posto era un'agente sovietica prima e russa poi di nome Elena Vavilova. Il marito Don era un altro agente di nome Andrej Bezrukov. Erano negli Usa dal 1987. Quando alla fine vennero liberati e rispediti in Russia, per i loro figli trasferirsi nel nuovo Paese, avere un passaporto russo, dover imparare una lingua che non avevano mai sentito fu un trauma inimmaginabile. Con loro e con tutti Elena e Andrej avevano sempre recitato una parte.
Tra i due estremi che abbiamo appena citato si snoda tutto il saggio del reporter britannico Shaun Walker appena pubblicato da Mondadori: Gli infiltrati (pagg. 502, euro 22). Il libro è molto ben spiegato dal sottotitolo: "La vera storia del più riservato programma di spionaggio russo in Occidente".
E davvero tra i due estremi che abbiamo raccontato accade di tutto, tanto da far sembrare una delle più amate serie televisive di spionaggio incentrata sugli agenti russi infiltrati - The Americans - quasi una sottostima della macchina spionistica sviluppata da Mosca nel corso di un secolo.
L'interesse del libro di Walker risiede proprio nella ricostruzione di un percorso lunghissimo in cui le basi iniziali poste dai bolscevichi in fuga dalla polizia zarista hanno reso possibile la nascita di una procedura spionistica basata sull'infiltrazione che ha proceduto di decenni quella di altri Paesi. Per usare le parole dell'autore: "Il concetto di Lenin di abbinare l'attività legale con una ampio utilizzo di agenti illegali sarebbe diventato il tratto distintivo di come il nuovo Stato sovietico avrebbe gestito la propria intelligence negli anni a venire".
Alcuni termini dei tempi di Lenin come Konskvartijra (casa sicura, appartamento per la cospirazione) sono rimasti in uso sino al giorno d'oggi. Ma attraversando i decenni c'è qualcosa più delle parole che è rimasto. Innanzitutto una modalità operativa all'opposto di quella propagandata dal mito di James Bond. Gli agenti sovietici hanno l'incredibile capacità di trasformare posizioni di basso profilo in grandissime fonti di informazione. Negli anni Sessanta nella Germania ovest utilizzarono un gran numero di spie Romeo. Specializzate nel sedurre segretarie del governo di Bonn. Bastava e avanzava per avere informazioni riservatissime. Per non destare sospetti le spie russe fingevano di essere sostenitori del vecchio regime nazista e di essere figli o parenti di Ss rientrati dalla Germania.
Altra caratteristica duratura degli agenti infiltrati, un particolare talento per l'attentato inaspettato. Nel 1925 la prima forma di ufficio esteri della Ceka fece sparire Vladimir Nesterovic, un agente che se l'era filata, a Magonza, in Germania. Un caffè al veleno in un locale. Poi si premurarono di far sparire con calma anche i gestori, sempre meglio non avere testimoni. Nel 1939 un altro dei più promettenti agenti russi Pavel Sudoplatov fece sparire un leader nazionalista ucraino con una scatola di cioccolatini: esplosivi. Come si vede l'eliminazione del dissidente Naval'nyj o l'avvelenamento col polonio di Aleksandr Val'terovich Litvinenko sono tutto tranne che delle novità.
E compulsando le pagine del libro il numero di fatti reali che dentro una trama spionistica sembrerebbero esagerazioni è impressionante.
Con un caveat il secondo termine della narrazione, il 2010 vale solo per il libro. Il sistema spionistico di infiltrazione e disinformazione di Mosca funziona a pieno ritmo e ha un nuovo gigantesco campo d'espansione: il web.