Ma tra i militanti crolla il mito di Al Qaida

Ma tra i militanti crolla il mito di Al Qaida

Prima si esaltano su internet cliccando i filmati delle falangi islamiche che inneggiano ad Allah il grande, si addestrano e attaccano i “crociati” in Afghanistan e Irak. Poi si imbarcano in un rocambolesco viaggio verso le zone tribali pachistane per arruolarsi in Al Qaida. Una volta giunti a destinazione li aspetta la doccia fredda: poca azione, tanto indottrinamento religioso, addestramento fittizio e impossibilità di vedere i grandi capi come Osama Bin Laden. Non solo: gli aspiranti combattenti della guerra santa internazionale devono pagarsi le armi, l’equipaggiamento, il vitto e l’alloggio. Mille dollari a testa da sborsare in contanti. È la depressa realtà dei resti di Al Qaida raccontata negli interrogatori di sei ragazzotti europei di origini musulmane affascinati da Bin Laden. Tre francesi e tre belgi arrestati lo scorso anno, dopo essere tornati a casa profondamente delusi.
Il quotidiano britannico The Guardian ha ottenuto i verbali delle confessioni: otto anni dopo l’11 settembre la rete del terrore è solo l’ombra di se stessa. Il gruppetto di aspiranti terroristi era partito dall’Europa affidandosi a dei contrabbandieri turchi, che li hanno salassati. Una volta giunti in Pakistan agognavano di entrare in azione in Afghanistan, ma solo uno ha passato il confine sparacchiando un po’ agli americani. Invece che campi di addestramento con percorsi di guerra e poligoni, i novelli mujaheddin dovevano nascondersi di casa in casa in sperduti villaggi fra le montagne. Per evitare gli aerei senza pilota americani. In cambio di kalashnikov e munizioni hanno dovuto pagare mille dollari l’uno. La cifra comprendeva pure il vitto e l’alloggio. Evidentemente non sono più i tempi di Bin Laden miliardario. Ogni tanto hanno fatto tiro a segno fra i monti e un giorno è arrivato un istruttore che ha confezionato una trappola esplosiva. Alle reclute, però, non è stato concesso di provare a rifarlo da sole.
I sei sognavano la guerra santa, ma gran parte del tempo l’hanno passato a catechismo, istruiti severamente sul Corano da un prete islamico. Quando hanno chiesto di incontrare il mitico Bin Laden o il numero due di Al Qaida, Ayman Al Zawahiri, si sono sentiti rispondere che era impossibile. Allora i sei hanno chiesto un faccia a faccia con il capobastone siriano responsabile degli aspiranti mujaheddin giunti dall’Europa. Il comandante di Al Qaida ha definitivamente smontato l’illusione dei novizi. I video su internet sono solo uno specchietto per le allodole, che serve «a intimidire il nemico e attrarre nuove reclute». Gli esercizi ginnici mattutini erano il massimo dell’addestramento del gruppetto estremista. Lo stress peggiore consisteva nella paranoia che gli stessi terroristi alimentavano parlando di fantascientifici chip. Diavolerie elettroniche disseminate dalla Cia per individuare i terroristi ed eliminarli con i velivoli senza pilota. Le comunicazioni avvenivano solo a voce o al massimo con fogliettini. Telefonini e satellitari sono rigorosamente proibiti. Una volta, però, uno dei giovani aspiranti terroristi non ha resistito. Da un internet cafè pachistano si è collegato in rete con la fidanzata in pena per lui.
Alla fine i sei sono tornati a casa depressi, disillusi, senza la gloria della guerra santa. Ad attenderli c’erano le manette dell’antiterrorismo, ma loro giurano che non sarebbero mai stati in grado di far saltare in aria lo stadio o la metropolitana di Bruxelles. Il quadro di una rete del terrore ridotta al lumicino viene confermato da un’altra recluta, Bryant Neal Vinas, un giovane americano di estrazione cattolica, che si è convertito all’islam. L’intelligence pachistana lo ha arrestato nell’ottobre dello scorso anno. Ha rivelato un’altra chicca sulla burocrazia di Al Qaida: per diventare kamikaze bisogna compilare un questionario in triplice copia.
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