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I ministeri al Nord chiusi a tempo record da giudici e sindacati

di Cristiano Gatti

Anche se nessuno s’era ancora accorto dell’apertura, i ministeri brianzoli devono chiudere. Tre mesi dopo la storica conquista, così fortemente voluta dalla Lega, gli uffici nella Villa Reale di Monza vengono sbarrati. Ripensamento politico? Nuova e più profonda riflessione sull’opportunità di un simile passo, molto più forte sul piano simbolico che sul piano pratico? Ma quando mai: che sia del Sud o del Nord, resta pur sempre Italia. A seppellire la vicenda, che ha scosso la nostra estate, è il cavillo. Nessuno di noi riuscirà a sorprendersi: come dice il famoso proverbio, in Italia tira più un cavillo di legge che un carro di buoi.
Basta un giudice del lavoro, un giudice qualsiasi della Repubblica. In questo caso è sua eminenza Anna Baroncini, con sede a Roma. Chiamata a decidere sul ricorso di Sipre e Snaprecom, che sembrano due antinfiammatori, ma in realtà sono sigle sindacali, il giudice così sentenzia: i ministeri distaccati, così come sono partiti, risultano illegittimi. La presidenza del Consiglio paga per condotta antisindacale, non avendo prima concordato con le rappresentanze dei lavoratori le modalità del decentramento. Fine della gloriosa conquista: là dove non è arrivata la forza d’urto dell’opposizione, dove nulla ha potuto il semplice buonsenso, riesce a mani basse il formidabile binomio cavillo-sindacato, che in questa fantastica nazione è la base della convivenza civile.
Puntuale e reattiva, la Repubblica fondata sul livore trova subito un nuovo motivo per esprimere tutta la sua energia vitale. Saremo pure distratti da fastidiose seccature come la violenza di piazza e il perenne enigma della crisi, ma questa dei ministeri brianzoli è occasione troppo importante perché possa sfilare via inosservata. Nemmeno il tempo di conoscere la sentenza del giudice e sono già tutti con la clava in pugno. Calderoli ne fa una questione di principio: «Non può essere un giudice del lavoro a chiudere ministeri. Le sedi di Monza restano aperte. Se vi sono aspetti sindacali da chiarire, li risolveremo». Sulle barricate, come masanielli nordisti, i leghisti non si piegano: per questa causa, che non è solo legale, sono pronti a tutto. Anche a sfidare, quando serve, il senso del ridicolo.
Dall’altra parte, con la carenza di successi che si ritrovano, la sentenza viene adottata come una vittoria memorabile. In questo caso sono pronti a sfidare, quando serve, il senso del pudore. Così il segretario lombardo del Pd, Maurizio Martina: «La decisione del giudice mette la parola fine a una vicenda surreale: questo governo deve andarsene». Ormai vanno a gettone, il governo deve andarsene per qualunque motivo. Anche per due pc e quattro scrivanie a Villa Reale (a proposito, qualcuno dovrà pure occuparsi dei punti-luce).
Sullo sfondo, la curva Sud dell’orgoglio capitolino: lì non si dividono più tra destra e sinistra, ma sono tutti coro e core de Roma, come piacerebbe tanto a Venditti. Storace: «Godo». Alemanno: «Il risultato dimostra quanto sia sbagliato e perdente mettere in discussione il ruolo di Roma Capitale, che noi difenderemo fino in fondo». E Di Stefano, Pd, all’unisono: «Bisogna sbaraccare il piccolo circo di Monza: la capitale è Roma, e i ministeri stanno qui». Spettacolare: la nostra politica sembra stagnante e impaludata, ma in realtà è vitalissima e molto tonica. Basta sottoporle la materia giusta, adeguata al suo prestigio, e scatta via che è un piacere.
Bisogna però chiedersi: e ora? Con un certo sarcasmo, il Pd Civati butta lì il domandone: «Come farà il Nord?». Non sono dubbi da niente. Chi può dirlo, come farà il Nord. Al momento, in questa fase di vuoto, con il soffocamento in culla dei ministeri padanizzati, si può solo dire come ha fatto finora. Prima che il 23 luglio fossero inaugurate le sedi di Monza, ma tutto sommato anche dopo, il Nord ha sempre riconosciuto, accettato, persino subìto la centralità dei palazzi romani.

Il Nord prende i suoi bravi aerei, i suoi bravi treni, qualche volta le sue brave auto, e scende rassegnato nella Capitale, mettendosi in coda ai ministeri, sopportando le lune di chi sta oltre lo sportello. Il Nord fa così da tempo, combinazione sono 150 anni esatti. Non sarà una sentenza di tribunale a cambiare la sua storia e il suo destino.

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