Giuseppe Valditara è il ministro dell’Istruzione e del merito.
Chiediamo a lui degli ultimi episodi di violenza nelle scuole. Ieri ancora due aggressioni a due giovani con armi da taglio. Venerdì a La Spezia uno studente è stato ucciso da un suo compagno con una coltellata... «È un fatto tremendo. La fine atroce di questo ragazzo ha commosso tutti. Siamo vicini ai suoi genitori, alla sua famiglia, al loro grande dolore. E personalmente plaudo a quell’insegnante coraggioso che ha affrontato a mani nude l’aggressore e l’ha disarmato. Merita un encomio».
Ci sono colpe della scuola in quello che è successo?
«Il problema è l’aumento della violenza tra i giovani.
Tutte le indagini sono d’accordo: da alcuni anni si registra un incremento dei fatti di violenza e della aggressività nelle nuove generazioni. Non è un fenomeno prettamente italiano. È chiaro che la scuola è coinvolta. È come quando esonda una vasca e l’acqua invade le stanze attorno. La violenza è all’interno della società e la scuola vive all’interno della società e non può non esserne contagiata».
Non si riesce a mettere un freno?
«Nella scuola abbiamo riscontrato un dato positivo.
È calato drasticamente il numero delle aggressioni ai docenti. Due anni fa, nei primi 4 mesi dell’anno furono 19, l’anno scorso salirono a 20, quest’anno nei primi cinque mesi sono state solo quattro».
Come se lo spiega?
«Vediamo se questa tendenza si confermerà, un ruolo importante lo hanno probabilmente svolto le nuove norme che abbiamo introdotto».
Da dove dobbiamo partire per affrontare il problema della gioventù violenta?
«Il vero tema che va affrontato - e qui la scuola sta facendo e può fare tanto - è il tema del rispetto. Dobbiamo riuscire ad educare i giovani al rispetto verso le persone, verso le cose, verso le regole. Al rispetto dell’altro e della comunità in cui si vive. E al rispetto dell’autorità».
Sono stati anche avviati dei corsi a questo scopo...
«Sì, e dopo l’avvio dei corsi abbiamo mandato un questionario ai docenti: nel 70% dei casi i docenti hanno riscontrato un miglioramento * nel comportamento degli studenti».
Bisogna formare i docenti?
«Abbiamo anche stanziato delle risorse a questo scopo. Poi abbiano firmato una convenzione con l’Ordine degli psicologi per mettere in contatto i ragazzi che manifestino questa esigenza con uno psicologo che fornirà 5 sedute gratuite per poi suggerire eventuali percorsi di approfondimento terapeutico. E abbiamo introdotto il docente tutor alle superiori e in terza media».
Il problema dei bulli?
«Sono state introdotte le norme sulla condotta, che sono entrate in vigore. Le scuole stanno realizzando convenzioni con ospedali, case di riposo, mense per poveri, enti di assistenza in modo da mandare chi ha tenuto comportamenti violenti a lavorare in centri dove imparare la solidarietà».
Tra i giovani circolano molti coltelli.
«Vero. È diventata una moda quella di acquistare coltelli, anche online. Questa abitudine va stroncata.
Nelle scuole in cui vi siano particolari problematicità su richiesta del preside e d’intesa con il prefetto si devono installare metal detector. Però tutto questo non basta. Serve una rivoluzione culturale».
Che vuol dire rivoluzione culturale?
«I giovani hanno perso i punti di riferimento. A partire dalla famiglia. Bisogna ridare autorevolezza ai genitori. Far capire a tutti che è sbagliata sia la figura del genitore amico di avventure del proprio figlio così come quella del genitore sindacalista del figlio. Che il ruolo del genitore non può essere delegato al cellulare».
C’è un problema di pedagogia?
«Sì. Noi veniamo da 50 anni di teorie sociologiche e pedagogiche che hanno fatto danni. Ricorderà slogan come “vietato vietare”, l’idea che i “no” fossero "repressivi". La sanzione fosse sempre inutile o dannosa. I limiti e i confini fra il proprio sé e l’altro fossero sbagliati. La società dei soli diritti, senza doveri. Idee che hanno creato molti danni».
È ancora forte la cultura del “vietato vietare”?
«Sì, e va rovesciata. Vanno ripristinati i confini. Dico i confini tra persone, il rispetto verso la sfera altrui. Bisogna insegnare insieme con il rispetto anche il senso del limite. Bisogna ripristinare il valore del no, delle regole, dell’autorità».
I social hanno avuto un ruolo negativo?
«Molto negativo. Questa carica di violenza, talvolta di odio, persino la diffusione di cattive pratiche si matura sui social. Questo è l’elemento esplosivo degli ultimi anni: i social. I genitori non dovrebbero permettere ai ragazzi di vivere, di mangiare, di studiare col cellulare in mano. Dovrebbero guardarli negli occhi, discutere con loro, ascoltare i loro problemi e dirgli: “Metti giù quel cellulare!”.
Poi dovrebbero metterlo giù anche loro».
Il rischio è che i giovani pensino che tutto sia facile.
«Già, e che tutto gli sia dovuto.