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Ma i prof sono d’accordo sul fatto che la scuola deve essere cambiata?

Caro direttore
l’altra sera a Lonigo ero presente alla conferenza in cui ha presentato il suo libro «5 in condotta». Essendo un’insegnante conosco il mondo della scuola nei molti punti deboli che lei ha sintetizzato. Francamente mi aspettavo da lei anche un’analisi delle cause che hanno portato a questa situazione. Sono d’accordo con lei sulla necessità di porre la questione della scuola e dell’educazione al centro del dibattito culturale e politico odierno. Per questo motivo vorrei sapere se lei crede davvero che ci sia in Italia la volontà politica per affrontare la questione. Insomma, non credo che sia un caso se i governi di destra, di centro o di sinistra dal dopoguerra ad oggi non hanno saputo migliorare la scuola. Il sospetto è che manchi la volontà politica di farlo. Le chiedo come è possibile educare le nuove generazioni se dal Sessantotto a oggi è stato demonizzato il concetto di autorità inteso in senso positivo (il termine, come lei ben sa, deriva dal verbo latino augere che significa «far crescere», «accrescere»), fattore fondamentale per fondare un sistema educativo il cui fine sia formare l’individuo in tutti gli aspetti che riguardano la persona. Molti padri oggi non sanno più come essere un punto di riferimento per i figli, le madri spesso sono sopraffatte da mille incertezze e chiedono a noi insegnanti di dare loro la formula magica per risolvere i problemi con i figli. Il risultato è il caos che ci rende incerti e si ammanta di buonismo facendoci diventare - in famiglia e a scuola - troppo indulgenti, troppo comprensivi, troppo prudenti, insomma troppo deboli. Quanto descritto non è una novità. Nel IV sec. a.C. Platone descrisse bene questa situazione nell’VIII libro della Repubblica: «Quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi dal rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità... c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore e perfino nelle stalle? In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme e adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde... e nessuno è più sicuro di nulla... pensi tu che il cittadino accorrerebbe in armi a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?».

Cara professoressa, grazie per essere venuta a una delle mie presentazioni «informali» del libro (quella ufficiale sarà lunedì prossimo a Milano, con il ministro Gelmini e il dottor Confalonieri). E grazie per la sua lettera. Se lei leggerà il libro scoprirà che delle cause del declino della scuola parlo a lungo: anch’io ritengo che la distruzione sia cominciata nel ’68 attraverso la scientifica demolizione dei principi di meritocrazia e di autorità. Solo ora si sta cercando di invertire la rotta. Ma sul perché non sia mai riuscita una vera riforma della scuola in tutti questi anni, invece, ho un’opinione molto diversa dalla sua. Secondo me la volontà politica di un cambiamento c’è stata, a più riprese. Chi si è sempre opposto, però, in modo spesso ottuso, è stata proprio la sua categoria, quella degli insegnanti, controllata dai sindacati, cui questa situazione probabilmente va benissimo così. Loro, i sindacati, nel disastro ci sguazzano.

E, per fermare ogni tentativo di cambiamento, non esitano nemmeno a utilizzare gli studenti, che così vanno in piazza per prepararsi un futuro sempre peggiore. Bisogna suonare la sveglia, bisogna far capire a tutti che si deve cambiare. Lei, professoressa, ci sta?

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