Impazzano Shakira e Cremonini. Ma i tormentoni italiani rischiano

"Waka waka" parte forte e arrivano anche Guetta e Irene Grandi. Però lo scontro tra radio e discografia può frenare i brani nostrani

Impazzano Shakira e Cremonini. Ma i tormentoni italiani rischiano

No, non è mica così facile. Per quarant’anni è stata una legge quasi matematica, roba del tipo estate che vai, tormentone che trovi. C’erano brani fatti apposta: ascoltavi quelli e capivi che stavano arrivando le vacanze. Ma stavolta no: non ci sono più i tormentoni di una volta e i tempi di Sapore di sale o Vamos a la playa ormai ce li scordiamo. E il perché è presto detto: c’è il web con tutte le sue derivazioni stile ipod che personalizzano le scelte musicali togliendo alla musica quel riflesso collettivo che ha avuto per decenni (e dovrebbe conservare). Ognuno si sceglie il brano che vuole, lo ascolta da solo in cuffia e via andare, fine delle canzoni trasmesse in spiaggia a reti (radiofoniche) unificate e addio alle estati musicali monocromatiche, ossia caratterizzate da un solo colore pop che alla fine, ai primi freddi, finiva dritto nell’album dei ricordi. Esempi recenti e facili facili: Lambada degli ormai desaparecidos Kaoma, Mr boombastic di quel farfallone di Shaggy, Asereje delle Las Ketchup o la sconfortante Barbie girl degli Aqua. Roba da migliaia di passaggi radiofonici in tre mesi netti. Bei tempi, in un certo senso.
Adesso siamo al tormentone fai da te.

E le grandi radio italiane anche stavolta sono protagoniste: ma in un modo diverso dal solito. Da quasi un paio di mesi la delicatissima vertenza sui cosiddetti «diritti connessi» tra le associazioni dei discografici (come la Scf, società di collecting per la radiodiffusione) i dieci principali network radiofonici (da Deejay a Rtl 102.5) rischia di frenare in qualche modo la messa in onda di nuove canzoni, specialmente quelle italiane. Riassumendo, finché non si chiarisce la percentuale di diritti che ogni stazione deve versare ai discografici, molti dei brani non entreranno nelle playlist, che ora sono tendenzialmente intasate di repertorio. Questione complicata, appunto, e ciascuno ha la sua buona dose di ragione. Per dire, il nuovo singolo di Ligabue, Quando canterai la tua canzone, ossia il brano di un peso massimo che riempirà gli stadi italiani per tutto luglio, è stato pubblicato l’altro giorno ma non si sa se sarà trasmesso. Idem per Gigi D’Alessio, uno che si è conteso il primo posto in classifica proprio con Ligabue. Perciò diciamo che questa è una variabile importante nella previsione di quale canzone colorerà l’estate. D’accordo Waka waka di Shakira è partita che meglio non si può, anche perché è un brano obiettivamente ideale per la stagione, così latina così cadenzata. Per di più è l’inno dei mondiali di calcio, ha un’audience planetaria ed è di sicuro meno fastidiosa delle vuvuzelas. E poi ha avuto l’inevitabile e mostruoso traino di tutte le tv del mondo che la trasmettono a ogni ora, a dimostrazione che, se di tormentoni si parlerà ancora nel futuro, la televisione sarà sempre più determinante per individuarli e lanciarli.

Però è anche vero che sono appena state pubblicate canzoni che saranno senz’altro una colonna sonora dei prossimi mesi. Ad esempio Mondo di Cesare Cremonini, con quel verso iniziale («Ho visto un posto che mi piace si chiama Mondo») che è straordinariamente positivo e candidato a diventare uno slogan in controtendenza, per di più aiutato da una struttura musicale di grande livello. E c’è anche Irene Grandi, che con Grazie per avermi spezzato il cuore ha azzeccato quello che davvero si potrebbe definire il brano italiano estivo per eccellenza. Idem per Biagio Antonacci: il suo Se fosse per sempre sembra fatto apposta. Se poi si guarda al ramo straniero, allora arrivano Katy Perry con California gurls, Stromae di Alors on danse, K’Naan con Wavin’ flag e soprattutto la Kylie Minogue di All the lovers. Se poi si guarda alla dance, allora Gettin’ over you di David Guetta e I wanna di Bob Sinclar & Sahara con Shaggy non hanno rivali. Un caso a se stante, un po’ kitsch un po’ nostalgico, è We no speak americano di Yolanda Be Cool, che è una versione molto cheap di Tu vuo’ fa l’americano di Carosone. Insomma, senza un autentico re, cantano gli aspiranti al trono. E sta a vedere che l’estate del pop stavolta sarà una sana democrazia di canzoni senza nessun trionfatore.

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