- Ho visto questo video, che sta facendo molto scalpore, in cui nel tardo pomeriggio di sabato si vedono alcuni incappucciati “entrare” nel corteo pro Askatasuna. A registrare il video è uno dei manifestanti “pacifici” ed è la prova perfetta per chi sostiene che, alla fine, gli scontri di piazza siano stati causati solo da una “frangia” violenta. Falso. O meglio: prova l’esatto opposto. Ovvero che, nonostante in molti si siano accorti di quanto stava accadendo, nessuno ha osato alzare una mano, opporsi a quel metodo. Si parla di 1.500 black bloc a fronte di 20mila manifestanti “pacifici”. Avevano tutta la forza, in termini di numeri, per impedire loro di rovinare il corteo.
- La verità è che tutti sapevano che sarebbe finita così. Perché succede così tutte le volte, dal G8 di Genova a scendere: No Tav, No Expo, Pro Pal, Pro Askatasuna. Può accadere una volta che i “pacifici” si facciano sorprendere, ma se accade regolarmente, se non c’è connivenza, di sicuro dimostra poco interesse a isolarli. No?
- Che poi quelli che manifestano “per Askatasuna” sanno benissimo chi è, e cosa ha fatto in giro per il mondo, Askatasuna. Non si può separare Aska da tasuna, ovvero il centro sociale “risorsa per la città” e le sue derive violente.
- Ho visto questo video della cronaca torinese in cui i giornalisti intervistano la gente in strada dopo il passaggio delle belve antagoniste. A parte chi s’è ritrovato l’auto devastata — e probabilmente non si tratta di ricchi borghesi, ma di gente che fatica ad arrivare alla fine del mese — sapete cosa sostiene una di loro? Questo: “Bisogna radere al suolo Askatasuna”, perché così non se ne può più. E ha ragione.
- Un solo colpo di pistola. Uno solo. È ciò che distingue questo fatto — il poliziotto che a Torino è stato preso a martellate da una banda di antagonisti picchiatori — e la morte di Carlo Giuliani durante il G8. Un solo colpo di pistola, quello che il “celerino” Alessandro Calista non ha esploso mentre quelle belve rischiavano di spaccargli la faccia e mandarlo all’altro mondo. Un solo colpo di pistola che, a nostro modo di vedere, l’agente avrebbe avuto tutto il diritto di sparare: quand’è, sennò, che si considera legittima difesa? Quando il cranio te l’hanno già fracassato? — ma che paradossalmente ha evitato a Calista di finire nel tritacarne mediatico e all’eventuale antagonista ucciso di trasformarsi nell’eroe del giorno. Il “bravo ragazzo” che non andava mica ucciso così, come in piazza Alimonda.
- E guardate che questa non è un’ipotesi, è una certezza. E ce lo dice non tanto il fatto che, mentre il poliziotto che a Rogoredo ha ucciso uno spacciatore viene indagato per omicidio volontario, gli autori del pestaggio vengano indagati per “violenza a pubblico ufficiale” e non per tentato omicidio. A spiegarcelo sono i distinguo che oggi stanno arrivando da certi intellò della sinistra. Prendete Sigfrido Ranucci, il quale non ci ha pensato due volte a gettare nel calderone il sospetto che gli scontri alla fine servano alle autorità per instaurare chissà quale regime repressivo in Italia.
- A spiegarcelo sono anche coloro i quali, invece di guardare la luna — cioè la banda del martello — osservano il dito e si chiedono perché quel poliziotto sia rimasto da solo e nessuno lo abbia aiutato prima. Andatevi a vedere i documentari su piazza Alimonda: anche lì la tesi è che la camionetta dei carabinieri sia stata lasciata inspiegabilmente sola contro i No Global. Come se la colpa di un pestaggio non fosse di chi mena le mani, ma di chi si trova lì a svolgere il proprio mestiere.
- È veramente imbarazzante che i giornali ancora oggi si occupino del presunto ritratto di
Giorgia Meloni in basilica. Va bene: fa ridere. Ma non possiamo dare una connotazione politica a quello che, al massimo, è una burla del restauratore. Davvero qualcuno può pensare che la premier lo abbia voluto e richiesto? Suvvia.