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Dalla riabilitazione allo sport paralimpico: così nasce un atleta dopo una lesione midollare

Felzani, San Raffaele Sulmona: "In riabilitazione non recuperiamo solo ciò che è stato perso. Scopriamo cosa una persona può ancora diventare"

Dalla riabilitazione allo sport paralimpico: così nasce un atleta  dopo una lesione midollare
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La prima domanda arriva quasi subito, spesso con il filo di voce di chi ha visto il proprio mondo capovolgersi in un istante: “Dottore, tornerò a camminare?”. È l'interrogativo sospeso che molti giovani rivolgono ai medici al loro primo ingresso in un’Unità Spinale dopo una lesione midollare. La seconda domanda, invece, matura molto più tardi. Ma è quella che cambia ogni prospettiva: “Dottore, potrò tornare a fare sport?”.

“È in quel momento preciso che la riabilitazione smette di essere solo il tentativo di recuperare ciò che è andato perduto”, spiega il dottor Giorgio Felzani, Direttore dell’Unità Spinale del San Raffaele di Sulmona. “Diventa la ricerca di ciò che una persona può ancora diventare”.

Questa trasformazione riflette l’evoluzione della medicina riabilitativa contemporanea. Oggi, il percorso che inizia tra le pareti di un’Unità Spinale non mira solo all'autonomia quotidiana, ma alla costruzione di nuove strategie motorie che, in diversi casi, aprono le porte del professionismo paralimpico.

“Quando arrivano da noi, le paure sono tangibili”, continua Felzani. “Parliamo spesso di ragazzi giovanissimi, con una vita estremamente attiva. Per loro, l’impatto con la nuova realtà è devastante”. Tuttavia, negli ultimi anni, la scienza ha spostato l'orizzonte. L’integrazione tra robotica riabilitativa, biomeccanica e sistemi di valutazione funzionale permette oggi di mappare con precisione le potenzialità residue.

“Grazie a tecnologie robotiche e analisi fisiologiche avanzate, come lo studio del consumo di ossigeno”, sottolinea il fisiatra, “possiamo definire con rigore il potenziale di recupero e valutare se un paziente possa essere avviato a un’attività sportiva agonistica”.

È proprio durante questo percorso che avviene il passaggio decisivo: la medicina smette di curare una lesione e inizia a riconoscere un talento atletico. “Identifichiamo questo potenziale quando la motivazione è eccezionale”, spiega Felzani. “In presenza di risultati significativi, coinvolgiamo i tecnici federali delle discipline paralimpiche per strutturare un allenamento dedicato”.

Il cammino resta una sfida fisica e psicologica imponente, dove la determinazione individuale fa spesso la differenza tra il recupero e la rinascita. “Questi ragazzi attingono a risorse straordinarie, energie che spesso ignoravano di possedere. Lo sport, in questo senso, diventa molto più di un traguardo agonistico: è uno strumento di identità e reintegrazione sociale che restituisce fiducia e senso di appartenenza”.

Accade così che un percorso iniziato nel silenzio di un reparto porti molto più lontano del previsto.

Fino alle Paralimpiadi, dove la caduta più dura può trasformarsi, paradossalmente, in un nuovo blocco di partenza. Perché, come conclude il dottor Felzani, “la riabilitazione comincia quasi sempre con una perdita. Ma a volte, straordinariamente, finisce con una gara”.

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