Il problema è la burocrazia, non gli statali

Renzi non s’illuda: l’inefficienza è anche delle aziende private, fa parte di una mentalità che disprezza il senso comune

Il problema è la burocrazia, non gli statali

Ciascuno di noi ha qualche motivo per avere in antipatia la burocrazia. Le esperienze personali sono sempre decisive nei nostri giudizi. A volte ne basta una negativa per indurci a considerare male chiunque stia dietro uno sportello o dietro una scrivania della Pubblica amministrazione. Cosicché la notizia che il baby premier è intenzionato a sbaragliare l'esercito delle mezzemaniche ha eccitato tutti i cittadini tranne, ovviamente, le vittime designate che già tremano all'idea di essere «giustiziate» pur essendo in molti casi innocenti. Ora non vorrei passare come difensore d'ufficio della burocrazia: so quanti peccati essa abbia sulla coscienza. Ma non esageriamo.

Confesso: se si scatenasse una specie di caccia alle streghe, starei dalla parte delle streghe. Il problema degli impiegati statali e simili, sulla cui illicenziabilità sono stati scritti dei tomi, non è che, ottenuta l'assunzione (per concorso o chiamata, fa lo stesso), non corrano più il rischio di rimanere senza posto, compresi quelli che si limitano a scaldare la sedia. C'è di peggio. Questa categoria di lavoratori, che spesso non lavora, non è trasferibile da un'amministrazione all'altra in base alle esigenze di servizio.

Un esempio. Tu sei maresciallo dell'esercito in un corpo nel quale ci sono troppi sottufficiali? Non solo nessuno ti può cacciare, ma neppure collocarti - poniamo - alle Poste, dove magari si registra carenza di personale. Perché? Perché sì. I sindacati si sono sempre opposti, esercitando l'unico potere che hanno (quello ostativo), a qualsiasi tipo di flessibilità. Non c'è verso di convincerli che i settori dello Stato dovrebbero essere vasi comunicanti e, invece, non lo sono. Per cui succede che i marescialli in esubero vengano prepensionati - pertanto ancora remunerati dalla cassa pubblica - e alle Poste (per rimanere all'esempio fatto) si proceda al reclutamento di nuovi dipendenti. E i costi raddoppiano.

Recentemente la ministra Marianna Madia (Pubblica amministrazione), con aria giuliva, ha proposto di prepensionare una moltitudine di funzionari e di sostituirli immediatamente con ragazzi e ragazze al grido «Largo ai giovani». Una follia. Speriamo sia stata bloccata per sempre, ma ne dubito.

Che cosa manca allo Stato? Una visione d'insieme. Ogni comparto del pubblico impiego agisce per proprio conto, secondo la logica cosiddetta del bottegaio. Il risultato è una totale assenza di coordinamento che si ripercuote nell'ambito dei singoli enti, dove gli uffici del primo piano scaricano le grane a quelli del secondo e così via, costringendo i cittadini bisognosi di sbrigare una pratica a impazzire, sovente senza nulla concludere.

Immagino che ai lettori sia capitato di peregrinare invano da un ufficio all'altro nel tentativo di avere informazioni sulla propria pensione. È vero che oggi, grazie alla computerizzazione del sistema, è sufficiente sapersi destreggiare sulla tastiera per arrivare al nocciolo delle questioni burocratiche. Ma quanti sono coloro i quali hanno una certa abilità nell'uso di Internet?

Vabbè, transeat. È pacifico: si richiede un intervento che semplifichi e razionalizzi la macchina statale, e saremo riconoscenti a Matteo Renzi se riuscirà a renderla più efficiente. Tuttavia abbiamo delle riserve. Siamo proprio sicuri che sia colpa dei burosauri se quella macchina funziona sì e no, o non funziona affatto? Ho l'impressione che alla base dei pasticci e delle lentezze ci sia la mentalità italiota, che porta all'adorazione formale delle norme e al disprezzo del senso comune, di modo che trionfa sempre la dittatura del timbro a scapito degli interessi sostanziali della collettività. Infatti l'eccesso di burocrazia non si riscontra solamente nella Pubblica amministrazione, ma anche nelle aziende private, tra cui le banche. Se apri un conto corrente, come minimo devi apporre una quindicina di firme su svariati moduli, fittamente scritti, illeggibili, incomprensibili (dato il linguaggio ermetico, da iniziati).

Per non parlare delle comunicazioni bancarie: pagine e pagine di prosa inaccessibile. Mai avuto a che fare con le assicurazioni? Identica tragedia cartacea: fogli su fogli, leggendo i quali un cristiano va in coma profondo, irreversibile. Avete presente il Telepass? Per metterlo sulla macchina di mia moglie (ma intestata a me) e per pagare in banca le bollette ho consumato una biro a forza di firme qua e là. Perfino Equitalia, quando ti manda un avviso di pagamento, ce la mette tutta per non farti capire niente, e ci riesce benissimo. Solo su un punto vi è la massima chiarezza: l'importo. Per trovare la causale, viceversa, serve mezzo pomeriggio: decriptare è un'impresa.

Non emerge alcuna differenza tra la stolida burocrazia pubblica e quella privata, parimenti cretina. Altro esempio. Un quarto di secolo fa mia moglie vendette al fratello una porzione della casa paterna, ricevuta in eredità. Lo scorso anno le recapitano un avviso: versare le tasse su quella porzione di edificio. Già, il Catasto - statale - non aveva e non ha ancora provveduto ad aggiornare la proprietà dell'immobile.

Eppure ci sono enti che girano a meraviglia. Se vado all'anagrafe per rinnovare la carta d'identità, in tre minuti esaurisco l'operazione ed esco soddisfatto. Incomprensibile: alcuni uffici sono rapidi e puntuali, altri ti tormentano. La Telecom è micidiale. Le bollette sono compilate con l'intento diabolico di nascondere la ragione per cui vieni spennato. Sbaglierò, ma lo scopo principale della burocrazia pubblica e privata è di far perdere la trebisonda all'utente, che è sinonimo di suddito. Paga e taci.

Renzi probabilmente si illude. Più che riformare la burocrazia, dovrà riformare la testa degli italiani. Progetto troppo ambizioso.

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