Frode allo Stato di 300 milioni Niente processo, non è il Cav

Quattro anni fa la Guardia di finanza scoprì una maxi evasione organizzata da una banda campana. Ma i 50 imputati sono tutti liberi

Frode allo Stato di 300 milioni Niente processo, non è il Cav

Cambiamo l'iconografia. La bilancia della Lex non ha più due piattini ma due pistoni. Uno rigato, quasi fuso. Che scorre lentamente, fumoso, a scatti. Quello che si muove come un bradipo per la gente comune. E difficilmente rende giustizia. L'altro nuovo, fiammante, ma quasi mai utilizzato. Questo non parte mai a meno che il motore d'accendere (o da incendiare) sieda sul banco degli imputati e si chiami Berlusconi. Allora sì che scatta a tempi di record, manco fosse il motore di una Redbull. L'ultima volta, più o meno trentacinquesimo processo contro il Cav, si trattava di abbatterlo con l'accusa di evasione fiscale: 7 milioni di euro. Sette milioni di presunto «furto» per un uomo che ne dichiara al fisco 30 l'anno, che vanta un impero di circa sei miliardi. Bruscolini, direbbe chiunque. Spostiamoci di 50 chilometri, andiamo a Bergamo. Correva l'anno 2009 quando la guardia di Finanza annunciò trionfalmente di aver scoperto una maxi truffa ai danni dello Stato da quasi 240 milioni di euro, poi diventati almeno 300. Probabilmente erano anche molti di più, l'inchiesta non è riuscita a ripercorrere tutti gli anni delle frodi, gli stessi investigatori ipotizzano che un miliardo sia sparito.

L'avevano battezzata «Operazione Calypso», nome del natante da 40 metri su cui gozzovigliano, tra festini e viaggi d'affari, i membri della banda. Un'organizzazione campana governata da due-tre cervelli, il resto prestanome di rango, tra commercialisti, manager, dirigenti, titolari di immobiliari varie. Sette le società, più o meno fittizie, coinvolte: compravano materie prime dall'estero, fingendo di acquistarle da aziende inglesi di comodo operative in Italia, per detrarre l'Iva: tra gli immobili sequestrati, appartamenti di lusso localizzati in centro a Bergamo e a Torre Boldone, ma anche terreni, casali in Toscana, 22 tra auto e super moto oltre a due yacht (tra cui il Calypso of London). Le società avevano sede a Bergamo e Milano, in alcuni casi cambiavano spesso indirizzo per sparire e magari ricomparire sotto altre forme. Scatole cinesi che operavano nel settore delle materie plastiche: grazie all'ingegnoso meccanismo di evasione, che aveva consentito di ottenere crediti fiscali dallo Stato, l'organizzazione poteva permettersi di tenere prezzi stracciati e alterare così il principio della libera concorrenza, assicurandosi una posizione di supremazia sul mercato. Il classico crimine da colletti bianchi d'alto livello, capaci di accumulare crediti d'imposta per centinaia di milioni di euro. Associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato l'imputazione. Insomma, soldi rubati a noi cittadini.

Le partite di merci, effettivamente acquistate sui mercati internazionali, venivano spedite direttamente in depositi situati in territorio nazionale e cedute alle società italiane del gruppo, le quali provvedevano quindi ad immetterle definitivamente sul mercato. Cartolarmente, questo passaggio avveniva attraverso società di trading formalmente costituite nel Regno Unito e negli Usa con branch in Svizzera ma gestite effettivamente dall'Italia e titolari di partita Iva nel nostro Paese attraverso l'istituto della «identificazione diretta». In questo modo, grazie a un meccanismo che permette la detrazione Iva in acquisto, le società italiane conseguivano un enorme vantaggio fiscale. Lo schema fraudolento si completava facendo apparire che le company inglesi e statunitensi avevano a loro volta acquistato la merce da imprese residenti nelle Isole Vergini Britanniche, e le partite Iva risultavano intestate a società italiane quasi tutte inattive e in un caso, addirittura, a una persona defunta. Operazioni soggettivamente inesistenti, per un ammontare complessivo superiore ai 2 miliardi di euro.

Da allora sono trascorsi oltre quattro anni, ma il pistone «funzionante» della giustizia, in questo caso, sembra non muoversi mai. Sarà una malignità che quella di Bergamo, da avvocati, addetti ai lavori vari, giornalisti e semplici cittadini sia stata ribattezzata la procura delle nebbie? Fonte confidenziale rivela al Giornale di essere stata contatta per cercare di rallentare l'inchiesta. Per essere chiari, come si dice in gergo, si dice «insabbiare». Non è impossibile, né così raro. Basta far sparire qualche carta, dimenticarla in un cassetto, non trasmetterla a qualcuno delle decine di avvocati difensori. Si blocca tutto, il meccanismo burocratico salta. Non si sa se stavolta abbia funzionato. Certo è che provando a contattare pm inquirente e guardia di Finanza si trova davanti un muro di gomma. Le indagini sono state chiuse nel 2012, nel frattempo è stato sequestrato un altro centinaio di milioni di euro, il Calypso è stato venduto dallo Stato perché mantenerlo in porto costava troppo. I nomi di capi e faccendieri vari, chissà perché, vengono tenuti rigorosamente top secret.

Nonostante l'indagine sia chiusa. Quelli dei presunti colletti bianchi ve li possiamo dare noi. Su tutti Gennaro Vecchione, 49 anni, Maurizio Giordano, Marco Gargiulo, 52 anni, campano nato in Germania, Giuseppe Peviani, Luigi Esposito, Michele D'Avino, Marcello Cuomo, Andrea Ratti, Alessandro Petti, Paolo Lanzara, Carmine De Lorenzo, Nicola Cioffi. Tra ricorsi al tribunale della Libertà di Brescia e poi Cassazione in galera ci hanno passato pochi giorni. I termini di custodia cautelare, nelle more della giustizia, sono scaduti, tutti a piede libero oggi. Il pm Vito Mancusi ha chiuso le indagini nel 2012. A inizio 2013 spiega di aver chiesto i rinvii a giudizio. Sono trascorsi otto mesi. E a quanto pare a Bergamo nessun Gup ha ancora aperto i fascicoli. Nemmeno un inizio di processo, ancora nessuno sul banco degli imputati. Ma se si fossero chiamati Silvio?