Le nove vite di Berlusconi e l'errore di crederlo finito

Gli avversari del Cavaliere non si illudano: dalla discesa in campo del 1994 troppe volte lo hanno dato per morto ma poi si è rialzato. E anche adesso prepara la riscossa

Le nove vite di Berlusconi e l'errore di crederlo finito

Ora parlerò in modo apologetico di Berlusconi, come fosse Babbo Natale. Mi comporto deliberatamente male, secondo le convenzioni dell'ipocrisia perbenista di sinistra, per di più su un giornale di tradizione che appartiene alla sua famiglia. Lo faccio per via della mia e nostra libertà psicologica dai falsi pudori e perché, a sentire i guru del pensiero corretto, siamo una ridotta di giapponesi che non ha capito come la guerra sia già finita, e la sconfitta di Berlusconi senza rimedio. Loro sulle vette del Monte Alfano, tra le colline di Enrico Letta, vedono il picco Esposito e sono confortati da alti moniti; noi qui, a Okinawa, ingarbugliati con scarsi armamenti e quasi ignudi nella giungla. Possiamo dunque permetterci un po' di iattanza, un gesto di superbia e di orgoglio dei derelitti.

Quante volte Berlusconi è finito politicamente? (E umanamente: le due cose nel suo caso coincidono, perché notoriamente il soggetto in questione non è una funzione istituzionale, ma una persona privata). Ricordo un pranzo con Cossiga a casa del comune amico Squillante, erano le feste natalizie del 1993. Il Cavaliere voleva mettersi a sgroppare nella politica, era entusiasta e ingenuo nell'argomentare, come tutti gli entusiasti. Cossiga, con affetto persuasivo, lo sconsigliò di farsi avanti, gli disse che i partiti avrebbero fatto di lui polpette. Lui poi fece polpette dei partiti e riformò la democrazia e la politica italiane, ma allora sembrava che Cossiga, e con lui altri amici dotati di expertise politica sopraffina, avesse perfettamente ragione. Prima di cominciare, Berlusconi era già finito, dunque.

Il suo primo governo del 1994 fu come una lunga sessione del Consiglio dei ministri riunita a Fort Alamo. Ci si difendeva alla meglio, e si commettevano un mare di errori marchiani, tipici dell'adolescenza di un fenomeno che allora andava di moda definire «di plastica». I giornali della borghesia italiana e i portavoce dei potenti dell'epoca facevano a gara nello sputtanarlo: alleati alla magistratura milanese, lasciavano che fioccassero a mezzo interviste e delazioni pistarole anonime i peggio avvisi detti di garanzia, cioè frecce avvelenate che dovevano ridurre l'imprenditore con i beni al sole nella stessa identica condizione dei partiti della Prima Repubblica travolti per corruzione e mafia. Perfino un incontro tra il simpatico e semidimenticato intrigante post-dc Buttiglione e il sempre ricordato D'Alema, tra le cozze e altri molluschi di Gallipoli, ebbe l'onore di seconda tappa della fine politica dell'homo novus di Arcore. Poi il contrasto con la Lega, alimentato da pm in fregola di potere politico e un presidente della Repubblica santificato per le sue menzogne, e ora trascinato nella melma della memoria dalle propalazioni sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. E fu la terza tappa. Questo Berlusconi non finiva di finire che era appena incominciato.

La crisi del suo governo del 1994 fu caratterizzata dal tradimento, si dice così sebbene io sia un cinico e rifiuti la dizione moraleggiante, di Lamberto Dini. Era il suo ministro del Tesoro, divenne presidente del Consiglio in virtù di un compromesso con il Cavaliere tutelato dal Quirinale in nome delle intese larghe e di una prospettiva di nuove elezioni a breve o di pacificazione, compromesso imbastito dai furbissimi del nascente Ulivo. Il giorno dopo la nomina divenne un governo di centrosinistra opaco, ma sputato. Come è avvenuto con l'esecutivo Alfano-Letta, la sentenza Esposito molto aiutando. Berlusconi era già finito una quarta volta, divorato dai manovratori sopraffini della politica di palazzo. Che peccato.

Due anni dopo, nel 1996, quando Scalfaro in base ai sondaggi decise che era ora di mettere al governo l'Ulivo di Prodi e D'Alema, Berlusconi tentò di convincere l'astuto Fini della necessità di rinviare a quel punto la resa dei conti autorizzando la formazione di un governo Maccanico, il Grand Commis de l'Etat che aveva rapporti seri e responsabili con Berlusconi e le sue aziende e si era reso disponibile per una prosecuzione della legislatura nata malata nel 1994. Fini bloccò il tentativo e Berlusconi politicamente finì per la quinta volta. Non era più in grado di esercitare la leadership sulla sua coalizione di furbastri. Via, morto e sepolto. Poi perse le elezioni. Sesta scomparsa del carissimo Berlusconi, trionfo dei suoi arcinemici.

All'opposizione fece, non si sa come, una buona performance, ciò che spesso gli è capitato. Ruppe con la Bicamerale per le riforme perché D'Alema, che ne era il presidente, ricominciò a coreografare il ballo della fine politica di Berlusconi con la complicità del solito Fini. L'Economist di Bill Emmott scrisse che era inidoneo a guidare l'Italia, segnalando un certo sprezzante isolamento tra la bella gente del mondo politico europeo.

Sembrava per la settima volta finito, mentre a Prodi succedevano D'Alema per una passeggiata militare nel Kosovo, Amato per il servizio indefesso allo Stato e Rutelli come candidato nel 2001. Ricucì con quei matti della Lega, riconquistò il favore del popolo, questo sconosciuto della politica italiana d'antan, e vinse le elezioni politiche. Poi è finito e ri-finito molte altre volte: Casini e Fini gli ingarbugliarono il governo dei cinque anni, lo costrinsero a una falsa verifica, gli impedirono di fare alcunché, e la riforma della Costituzione, che adesso si tenta penosamente di imitare (abolizione del bicameralismo perfetto, rafforzamento di poteri dell'esecutivo e di controllo del Parlamento), fu affidata a una distruttiva campagna in nome dell'unità d'Italia nientemeno, culminata in un referendum che la abrogò dopo la sconfitta di Berlusconi, che era finito per l'ottava volta, nelle elezioni del 2006.

Il resto della storia è troppo recente per essere ora ricordato. La rivincita plebiscitaria del 2008, le risate di Sarkò, che non se la passa gran che in Francia, dove al suo posto è andato un mediocre passivo laddove lui era un mediocre attivista. Nuovi processi, l'attacco alla vita privata eccetera. Quante altre volte è finito Berlusconi prima della sua ultima ruina? Una dozzina almeno, e il conto sale paurosamente.

Suggerisco a tutti prudenza. Berlusconi è finito troppe volte perché il giudizio sulla sua condizione presente non debba essere sospeso con un sano e ragionevole scetticismo. Nani, attenzione, potevate forse issarvi sulle spalle di un gigante che si è preso gioco di voi, invece avete voluto abbatterlo. Siete davvero sicuri di esserci riusciti?