Anche le parrocchie sono in bolletta

La crisi non risparmia la Chiesa: licenziamenti e cassa integrazione. E la Cei si prepara a "tagliare" i vescovi

Cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II in Vaticano
Cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II in Vaticano

La crisi affligge la Chiesa: nelle diocesi italiane arrivano licenziamenti e cassa integrazione. E mentre i vescovi tagliano auto blu e spese di rappresentanza, la Cei si prepara a tagliare i vescovi.
Il campanello d'allarme è scattato a Brindisi: nel cuore dell'estate l'arcivescovo Domenico Caliandro aveva firmato la risoluzione di diversi contratti di lavoro a tempo indeterminato: via l'addetto stampa e con lui pure un operaio, un centralinista e altri cinque operatori. A settembre la misura è diventata esecutiva, sfatando un mito: anche la Chiesa licenzia. «Riorganizzazione interna», minimizzano ambienti curiali. Nei fatti, però, sembra la riproposizione di ciò che accade a migliaia di imprese, che per rimanere a galla alleggeriscono i costi. Per questo a Modena era stata addirittura chiesta la cassa integrazione per 25 dipendenti, ma dopo settimane di confronto è arrivato lo stop. Più che un ripensamento, un rinvio: «La crisi economica investe anche la curia e va affrontata seriamente», ha fatto sapere il presule modenese, Antonio Lanfranchi, annunciando l'indizione di «un'assemblea generale del clero per realizzare, nei tempi previsti, il risanamento programmato. La speranza è che a quel punto la cassa integrazione si riveli non necessaria».

Ma com'è possibile che un'istituzione come la Chiesa, passata indenne attraverso secoli di storia, guerre e turbolenze d'ogni genere, possa patire i traumi della crisi globale come fosse una normale azienda? Per i parroci del Nord Est, intervistati sul punto dal settimanale vicentino Gente Veneta, il declino ha ragioni semplici: la minore disponibilità economica delle famiglie si è tradotta, nell'ultimo quinquennio, nella diminuzione del 30% nelle entrate garantite da questue e offerte domenicali e straordinarie. Di pari passo, stando ai conti approvati a maggio dall'assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, è calata la percentuale delle firme per la destinazione dell'otto per mille in favore della Chiesa cattolica: si è passati dall'89,82% del 2005 all'82,01% del 2010, con l'assegnazione nel 2013 di un miliardo e 32 milioni di euro (nel 2012, con riferimento alle dichiarazioni dei redditi del 2009, s'era raggiunta la cifra di un miliardo e 148 milioni).
Non meraviglia, allora, la scelta di aprire la stagione vaticana della spending review. A Venezia, appena insediato, il patriarca Francesco Moraglia ha arredato casa con mobili Ikea ed a marzo ha chiuso la sede diocesana decentrata. A Napoli, Savona e Nuoro è stato creato un ufficio centralizzato per gli acquisti, per risparmiare sulle forniture. A Livorno la scure è caduta sulle spese postali: al posto di francobolli e raccomandate solo mail e fax. Auto blu chiuse in garage a Lecce e a Cassano Ionio, dove i vescovi per i loro spostamenti utilizzano le vetture proprie, mentre ad Agrigento il presule va in motorino e a Carpi in bici. Eppure, potrebbe non bastare. Papa Bergoglio, incontrando a giugno i vescovi italiani in occasione della visita ad limina apostolorum, lo aveva detto chiaramente: «Occorre ridurre un po' le diocesi: non siamo espressione di una struttura o di una necessità organizzativa».

Oggi le circoscrizioni diocesane sono 226: in base agli accordi concordatari del 1984 dovrebbero essere 100. «Sappiamo che c'è una questione, che ha un suo peso e che sta a cuore al Papa. Continuiamo a seguirla per arrivare a delle conclusioni», ha spiegato il segretario generale della Cei, Mariano Crociata, in coda ai lavori del Consiglio permanente di fine settembre. A molti è suonata come una conferma: il taglio delle diocesi ci sarà. Servirà, come ripete la Cei, per assicurare «un maggior dinamismo pastorale». Ma inevitabilmente consentirà anche di far cassa: senza soldi non si cantano messe.

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