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Lo avevo battezzato "il Cinghialone" poi l’ho rivalutato. Oggi gli direi: scusa

Volevo riportarlo a casa, farlo curare e poi prenderlo come notista politico

Lo avevo battezzato "il Cinghialone" poi l’ho rivalutato. Oggi gli direi: scusa

I personaggi che hanno segnato la storia recente del nostro Paese raccontati da Vittorio Feltri. Ogni venerdì sul quotidiano cartaceo, sul sito de il Giornale e sui nostri canali social il nuovo podcast del direttore editoriale. Oggi viene ricordato l'ex segretario del Partito socialista italiano, Bettino Craxi.

Lo battezzai il Cinghialone. Non mi fa onore. Ritraeva bene, in quegli anni, la preda più grossa cui dava la caccia Antonio Di Pietro insieme alla muta latrante dei suoi tifosi. Io ero della muta. Lo ammetto. Dirigevo «l'Indipendente» ed esultavo a ogni avviso di garanzia come se avessi vinto un terno al lotto. Sacrificai Bettino sull'altare della tiratura. Ogni cazzotto, per me, era una copia venduta in più. È così. Inutile girarci intorno.

Poi qualcosa cambiò. Quando da fauna di grosso taglio lui si girò e affrontò alla Camera dei deputati, e poi nell'aula del Palazzo di Giustizia di Milano, gli accusatori, ponendosi con fierezza, abbandonato da quasi tutti, ai colpi del pubblico ministero di Mani Pulite guantate di ferro con gli spuntoni , qualcosa in me si mosse. E quando, malato, dovette andarsene in esilio ad Hammamet, mi ritrovai a provare simpatia. A rivalutarlo. A vergognarmi un poco, anche.

L'avevo incontrato una volta all'Hotel Raphael. Doveva essere una reggia, secondo i racconti: l'attico, il lusso sfrenato degli anni Settanta grazie alle tangenti. Trovai una caverna. Bello fuori, con quel manto di edera. Dentro, un'altra storia. Salii all'ultimo piano. Uscito dall'ascensore, mi ritrovai in una topaia. Posaceneri traboccanti di cicche, odore di fumo incollato alle pareti, tappezzerie logore, divani sdruciti. Squallore e fané. Cercai di non lasciarlo trapelare, ma ero impressionato.

Bettino era alto quasi due metri, corpulento, un gigante. Eppure pareva sciatto. Non una trasandata eleganza: pigrizia. Cominciò subito a parlare, come se l'esercitazione preliminare fosse io. Lo spettatore. L'ascoltatore. Il giornalista convocato a ricevere la confessione prima del discorso vero. Vomitò la verità. Disse che il sistema era completamente marcio. Che in molti ne avevano approfittato, non lui soltanto. «Non è che si rubasse per il partito», spiegò. «Si rubava anche al partito». Nessuno lo ammise mai. Solo lui.

Era stato un perno della politica italiana, ora linciato come la famosa sera del 30 aprile 1993, fuori dal Raphael. Si era rifiutato di sgattaiolare dal retro. Affrontò la folla a viso aperto. Gli tirarono addosso monetine, accendini, sassi, qualsiasi cosa capitasse a tiro. E lui, salito in macchina, li osservava dal finestrino con un sorriso strano. Quasi li stesse festeggiando. Tiratori di rubli, urlò. Aveva ragione. Quattro manifestanti teleguidati, reduci da un comizio di Achille Occhetto a piazza Navona. Io scrissi di rivolta popolare. Non lo riscriverei.

Le nostre telefonate furono intercettate. Finirono sui giornali come se fossero uno scandalo. Il direttore del «Giornale» conversa con Bettino Craxi: apriti cielo. Il contenuto era noioso, e nostro: gli relazionavo la situazione politica dopo aver chiuso il giornale, alle ventitré. Lo rivalutai completamente. Lucido, sagace, simpatico anche. L'unico italiano ad aver capito che il comunismo era morto, quando ancora nessuno lo sospettava. Diventai amico della figlia. Empatia, è la parola. Una specie di empatia tardiva.

Mi telefonava puntuale come un orologio svizzero. Voleva sapere. Voleva capire. Io parlavo. Lui, dietro le palme da dattero di Hammamet, ascoltava il suo Paese da cui era stato sputato fuori. I quotidiani, là, arrivavano in ritardo. Si fidava. Capiva che ero in buona fede. Si dice che la fiducia richieda anni: una balla. Può nascere in un pomeriggio qualunque, in una stanza piena di posaceneri sudici, quando un uomo disperato si mette nelle mani di chi gli ha sferrato uno dei colpi meglio piazzati. Io sbagliai. E lo ammetto.

Pagò solo lui per tutti. Un colpevole predestinato, un capro espiatorio perfetto, un ariete gigantesco da veder ruzzolare nella polvere mentre i comunisti del rublo si pulivano la bocca col fazzoletto.

Mi battei perché potesse rientrare a curarsi senza l'infamia di un arresto. In quegli anni dirigevo la triade Giorno, Resto del Carlino, Nazione: avevo carta in mano e la usai. Chiesi a Giulio Andreotti di scrivere un articolo. Sorpassò ogni mia attesa: chiese che l'antico avversario potesse rientrare in Italia con le guarentigie dell'immunità. Parole nobili, da statista d'altri tempi, per un uomo che pure una volta lo aveva paragonato a una volpe destinata alla pellicceria. Dal Quirinale non arrivò un fiato.

Avevo un'idea, in testa. Una sola. Riportarlo a casa, farlo curare come si deve, vederlo guarito. E poi prenderlo con me. Notista politico Era il posto suo. Nessuno conosceva la macchina del potere italiano come Bettino, nessuno aveva i nervi del Paese sotto la pelle come lui. Sarebbe stato un acquisto da prima pagina. Mi pregustavo già le sue analisi, la sua prosa asciutta, quel suo modo di guardare le cose dall'alto di chi le ha viste fare. Glielo dissi al telefono, una sera. Si schermì. Ma si capiva che gli piaceva, l'idea. Forse era l'unica cosa che ancora gli piacesse: tornare utile.

Invece. Una sera, alle ventitré, il telefono non squillò. Aspettai. Pensai a un fuso, a un guasto, a un colpo di sonno. Niente. Nemmeno il giorno dopo. Né quello dopo ancora. Bettino, già malandato, era stato stroncato dal logorio interiore di quell'insopportabile emarginazione. Restai con la cornetta muta in mano.

Se potesse, ventisei anni dopo, gli direi solo questo: scusami, Bettino. Per il Cinghialone, per le monetine raccontate come rivolta, per i buu da stadio. Mi batto il petto. Senza esagerare. Sono troppo vecchio per i mea culpa. Però, sottovoce, lo dico lo stesso. Amen.

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