Ai numeri pubblicati dal Giornale sull'Istat e sui suoi costi non ha replicato l'istituto (come d'uopo ove fossero state riportate inesattezze), ma la Flc-Cgil - il sindacato più rappresentativo all'interno dell'ente - a difesa di quella «autonomia e indipendenza» che avremmo osato mettere in discussione. Scopo primario sancire la neutralità dei numeri rispetto a un milieu di sinistra. Come se la scelta di seguire pedissequamente i dettami tecnici di Eurostat non fosse essa stessa un atteggiamento politico.
Il sindacato guidato da Gianna Fracassi ribadisce che «lo stanziamento ordinario per l'Istat è sostanzialmente fermo da anni intorno a 200 milioni» (230 milioni per la precisione) e che i dipendenti sono «1.862 lavoratori, non 1.900» (crimine di arrotondamento per eccesso!). Ma il punto non è la disputa sui numeri: è che questa struttura, comunque finanziata dai contribuenti, ha blindato una contabilizzazione del Superbonus che ha mantenuto il deficit/Pil al 3,1%, lasciando l'Italia sotto procedura europea proprio mentre il Tesoro di Giancarlo Giorgetti correggeva gli squilibri ereditati.
Per soli tre centesimi di punto, l'Istat ha trasformato il risanamento dei conti in una zavorra politica, scegliendo la linea più rigida possibile. La difesa sindacale sostiene che i lavoratori «non fanno parte di una macchina pubblica largamente orientata a sinistra». Resta, tuttavia, il dato politico: la Flc-Cgil domina le Rsu con quasi il 40% dei voti, seguita dalla Uil (che certo non può dirsi di centrodestra) al 30%. Un'egemonia culturale evidente, che si traduce in una difesa automatica dell'ente.
Le radici di questo assetto stanno, occorre ricordare, nel Dpr 166/2010 del governo Berlusconi IV, promosso dall'allora ministro della Pa Renato Brunetta. Nato per razionalizzare, ha finito per rafforzare l'autonomia dell'Istat fino a trasformarlo in un contropotere tecnocratico. La nomina del presidente, proposta dal governo al capo dello Stato, deve essere avallata dai due terzi delle commissioni parlamentari competenti. Il che significa che le opposizioni - qualunque esse siano - hanno diritto di veto. E così è accaduto nel 2024 con l'attuale presidente Francesco Maria Chelli, promosso - dopo aver esercitato la reggenza all'uscita di Gian Carlo Blangiardo per limiti di età - perché interno e neutrale. Un fatto singolare se confrontato con altri Paesi Ue: in Francia l'Insee resta sotto il ministero dell'Economia, in Germania Destatis risponde all'Interno, in Spagna l'istituto statistico, pur autonomo, mantiene un raccordo diretto con il ministero dell'Economia. L'Italia ha invece costruito una cittadella burocratica molto più impermeabile, tant'è vero che l'unico organismo politico (in quanto vi partecipano le pubbliche amministrazioni), il Comstat, è composto di profili sottoposti al vaglio della stessa Istat e, in ogno caso, si occupa di coordinamento strategico. In sostanza, il centrodestra di allora si è dato da solo la zappa sui piedi.
La lettera aperta che ci ha inviato la Flc-Cgil ha lo scopo di ribadire la difesa sindacale di salari e organici: molti dipendenti sono sottoinquadrati perché potrebbero svolgere mansioni più importanti ma le carriere sono ferme. Allo stesso modo, quindici contratti a tempo scadono il 30 giugno.
Si evita, però, la questione centrale: quando un ente pubblico può influire così pesantemente sulla politica economica nazionale, l'autonomia non può diventare insindacabilità. Altrimenti il problema non è più solo tecnico. È politico.