Berlusconi ancora nel mirino: sentito 3 ore sui soldi a Tarantini

A Roma con i suoi legali deposita una memoria: "I 500mila euro erano soltanto un regalo a un amico in crisi". E prepara la strategia per replicare alla Boccassini

Berlusconi ancora nel mirino: sentito 3 ore sui soldi a Tarantini

Il Cavaliere arriva a Roma nel primo pomeriggio, il giorno dopo la requisitoria fiume della Boccassini, e Palazzo Grazioli diventa una sorta di war room con i suoi legali, Niccolò Ghedini e Piero Longo. Avvocati con cui, per tre ore, risponde pure ai magistrati di Roma che indagano sulla tentata estorsione compiuta ai suoi danni dal giornalista Valter Lavitola. Il quale avrebbe trattenuto per sé parte dei 500mila euro destinati dall'ex premier all'imprenditore Gianpaolo Tarantini. Il Cavaliere, convocato nella veste di testimone-indagato in procedimento connesso, deposita una memoria e ripete quanto detto a suo tempo: «Nessuna estorsione: ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si è trovata in gravissime difficoltà economiche. Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così e nulla muterà il mio modo di essere».
E poi il processo Ruby: con gli avvocati l'ex premier passa tutto il pomeriggio, valutando e vivisezionando l'atto d'accusa della pm di Milano. Naturalmente l'umore non è alle stelle ma chi lo sente lo descrive «amareggiato ma lucido, determinato nel tenere distinte le due cose: da una parte i suoi processi, dall'altra il cammino del governo». «Dobbiamo sostenere l'esecutivo Letta senza se e senza ma», dice Berlusconi ai suoi, deciso com'è a non interferire sull'azione di Palazzo Chigi. Il Cavaliere resta convinto di essere vittima di una plateale e colossale aggressione giudiziaria ma più che intervenire direttamente nella polemica, lascia che siano i pidiellini a dichiarare alle agenzie di stampa contro il palese pregiudizio da parte della Procura meneghina. Linea soft, quindi. Berlusconi si morde la lingua: vorrebbe replicare, denunciare quello che ritiene un sopruso colossale ma abbozza. Niente interviste tv, niente dichiarazioni incendiarie, forse anche in ossequio alla linea-Coppi, dal nome dell'avvocato Franco Coppi che lo seguirà nei procedimenti, soprattutto nel ricorso in Cassazione per il processo Mediaset. E poi, soprattutto, c'è una motivazione politica: non mescolare le due cose e rimanere azionisti del governo Letta per orientarne le politiche. Soltanto così si può contribuire a risollevare il Paese, imponendo al premier il taglio di tasse e spesa pubblica. Ovvio che non sia facile stare assieme agli avversari storici; i quali hanno sperato e sperano nella sconfitta definitiva di Berlusconi per via giudiziaria. Ma un pidiellino, in Transatlantico, ragiona così: «È paradossale: ma se nel processo Ruby dovesse arrivare la condanna in primo grado, i problemi maggiori li avrebbero quelli del Pd». Spiega: «Mi vedo già la base piddina in rivolta che chiede ai propri vertici: “E noi dobbiamo governare assieme a uno condannato per prostituzione minorile e concussione?”».
Insomma, di fatto il governo regge anche se poggia sull'argilla piuttosto che sul cemento armato e non è detto che sia il Pdl a farlo traballare. Il Cavaliere non cambia rotta anche se il suo atteggiamento è guardingo. Un occhio è sempre posato ai sondaggi che periodicamente piombano sulla sua scrivania. I risultati sono buoni sia per i messaggi azzeccati di politica economica, sia per il demerito del Pd, travolto dal correntismo. L'eventualità di staccare la spina all'esecutivo resta però nel campo dell'ipotesi di scuola. Almeno per ora. Non è affatto scontato, infatti, che il capo dello Stato sciolga le Camere qualora il governo perda una delle sue gambe. In quel caso ci sarebbe il rischio di un altro governo molto più ostile al centrodestra e al Cavaliere. Meglio stare a bordo, quindi, e incalzare Letta affinché si facciano le riforme: oltre all'abolizione dell'Imu, la riforma del mercato del lavoro e l'abbassamento del cuneo fiscale.

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