Caracciolo «risorge» e va dal notaio per Jacaranda

La trama non è proprio quella di 47 morto che parla e non si tratta di convincere un avaro barone a elargire un patrimonio. Ma c’è sempre un’eredità di mezzo. E se nello spassoso film si faceva credere al povero Totò di esser morto per cedere il denaro, in questo caso è il morto a tornare in vita anche se solo per un atto notarile.
Il caso vuole che il «resuscitato» sia anch’egli principe come l’attore napoletano. Ebbene sì, Carlo Caracciolo di Melito, editore con Carlo De Benedetti di Espresso e Repubblica nonché cognato dell’avvocato Gianni Agnelli, lo scorso 19 giugno è ritornato tra i vivi nello studio romano del notaio Antonio Mosca per la stipula di un apparentemente paradossale «atto fra vivi» avente come oggetto lo scioglimento della società Tenuta di Torrecchia srl.
Come ha raccontato Italia Oggi, l’atto notarile è stato trascritto al catasto lo scorso 20 luglio ridando afflato, dopo oltre sei mesi e per questioni ereditarie, al principe scomparso il 15 dicembre 2008. La società, infatti, altro non è che il complesso di immobili della tenuta di Torrecchia a Cisterna, in provincia di Latina, dove il nobile dettò le ultime volontà nell’agosto del 2006. Proprio il testamento nominava erede universale la figlia Jacaranda Caracciolo Falck Borghese, riconosciuta nel 2006, garantendo l’usufrutto delle case nella tenuta agli amici di una vita, gli ex manager dell’Espresso Marco Benedetto e Milvia Fiorani oltre a Donata Zanda ed Ettore Rosboch.
Perché allora il ricorso a un simile espediente? Il principe non provvide a sciogliere la società e a trasformare gli amici-locatari in usufruttuari. Tenuta di Torrecchia srl avrebbe dovuto perciò essere liquidata con il subentro di Jacaranda Caracciolo Falck. Ma con le liti in corso per l’eredità (i fratelli Carlo e Margherita Revelli rivendicano la paternità «caracciolesca») sarebbero potute sorgere ulteriori complicazioni. Turbamenti che affliggono anche la sorella del principe, Marella Caracciolo Agnelli, ormai da anni alle prese con le doléances della ribelle Margherita che, tra l’altro, affrescò la tenuta di Garavicchio del principe. Di qui il ricorso all’amletico escamotage.
Quasi un percorso obbligato. Il testamento del principe Caracciolo di Melito oltre ad aver dispensato quasi tutto a Jacaranda e ad aver tenuto in conto gli eredi della moglie Violante Visconti di Modrone, il nipote Filippo e gli amici d’avventura dell’Espresso ha trascurato proprio i fratelli Revelli che si attendevano un riconoscimento postumo e non hanno esitato a ingaggiare lo Studio Irti per far valere le proprie ragioni. Un altro trascurato, in effetti, c’è stato: è l’ingegner Carlo De Benedetti al quale il principe mai perdonò la defenestrazione dalla presidenza del gruppo che contribuì a creare dal nulla. Ma questa è un’altra storia.
«Ho provato grandi emozioni per le cose d’amore», raccontò Caracciolo e confermarono intimi come Eugenio Scalfari e il socio Giuseppe Ciarrapico («Sono convinto che abbia comprato Libération per fare colpo su Ségolène Royal»). Non stupisce, quindi, che - visto il patrimonio di centinaia di milioni - non sia solo l’«eredità d’affetti» a riportarlo in vita.

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