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La cattiva fede dei giornalisti? È un reato politico

I giornalisti sono il sale della democrazia, soprattutto quando si fa fatica a sopportarli

La cattiva fede dei giornalisti? È un reato politico

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I giornalisti sono il sale della democrazia, soprattutto quando si fa fatica a sopportarli. Questa maledetta professione non ha mai goduto di buona fama. Karl Kraus ci ha costruito la fortuna dei suoi aforismi. «Non avere un pensiero e saperlo esprimere. È questo che fa di qualcuno un giornalista». Bonaparte un po' esagerava. «C'è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette». È una storia antica. L'illusione romantica era di subire la stessa sorte delle prostitute, con cui un tempo si condivideva il lavoro notturno. No, non è così. La cosa triste è che in generale i presunti lettori non si fidano. Qualche volta a ragione, altro per sentito dire, senza leggere, perché è come sparare sul pianista, perché non scrivi quello che loro pensano. Fatto sta che ormai i giornalisti vengono considerati inutili o dannosi. Stanno sulle scatole a mezzo mondo e se qualcuno promette il carcere o la rovina economica si nota in giro perfino una perfida soddisfazione. È la giusta sorte per gli scribacchini. Applausi. Non sanno che sparano su un moribondo. Quella del giornalista è una professione considerata morente. I social ci hanno massacrato, l'intelligenza artificiale probabilmente ci seppellirà. È un mestiere sempre più misero e un giornalista povero è più fragile, eppure siamo ancora qua e se non ci fossimo sarebbe peggio. Non per quello che scriviamo, perché si sa che il giorno dopo è carta straccia, o per le chiacchiere, i pettegolezzi e tutto il resto. Il motivo è un altro. È perché tutto il resto, questa architettura liberal democratica, non avrebbe senso. Senza il giornalismo perfino il Parlamento sarebbe una scatola vuota. Lì dove la stampa è una velina la democrazia è una finzione. L'equazione è semplice. Chi non la vede mente a se stesso. Ogni tanto la politica sente la smania di regolare il comportamento dei giornalisti. Lo stanno facendo, purtroppo, anche adesso. Viene da dire che non sanno quello che fanno. La ratio è la preoccupazione per le false notizie e, soprattutto, le campagne mirate per screditare qualche personaggio pubblico. Il giornalismo che usa carte illegittime che arrivano dalle procure per lotte politiche o ideologiche. L'obiettivo è eliminare l'avversario con l'infamia. La contromossa è rendere più duro il reato di diffamazione. Gianni Berrino, senatore di Fratelli d'Italia, ha presentato due emendamenti che inaspriscono le pene e prevedono per i colpevoli il carcere, fino a quattro anni e mezzo. Ieri li ha ritirati. «Volevo solo tutelare le persone offese dalla macchina del fango». Non c'è la galera, ma resta la vendetta economica. Ti colpisco nelle tasche. Tutto questo servirà a poco. È un provvedimento che nasce da un fastidio contingente e lascia al giudice l'arbitrarietà di decidere chi «sbaglia consapevolmente». Si rende centrale nella diffamazione il concetto di cattiva o buona fede. Come si stabilisce? È parecchio arbitrario.

Il reato di diffamazione è la frontiera che i giornalisti non devono toccare. È un muro che funziona solo se è lineare.

Ogni cavillo in più lo rende inefficace e pericoloso. Ogni sfumatura lascia al giudice lo spazio per salvare o dannare il giornalista per simpatia politica. La libertà di stampa è una cosa semplice. Se la ingarbugli metti in piazza solo le tue paure.

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