Alla fine Giuseppe Conte è stato costretto a cedere. Dopo settimane di polemiche, rinvii e schermaglie procedurali, il leader del Movimento Cinque Stelle si è dimesso dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid. Una decisione inevitabile per poter essere ascoltato come testimone e non come componente dell’organismo chiamato a ricostruire quanto avvenuto durante la pandemia, quando a Palazzo Chigi sedeva proprio lui.
Conte, però, ha trasformato la retromarcia in una prova di forza. “In vista dell’audizione di domani mattina mi sono dimesso dalla Commissione Covid e spetterà a me, finalmente, parlare in modo da spazzare via tutto il fango”, ha scritto sui social, invitando i suoi sostenitori a seguire l’intervento in diretta streaming.
Peccato che l’audizione, inizialmente prevista per martedì 4 agosto, non si terrà. L’ex presidente del Consiglio ha annunciato la sua discesa nell’arena, promesso rivelazioni e assicurato che avrebbe ripulito il proprio nome dalle accuse. Ma l’appuntamento è stato rinviato prima ancora che Conte potesse presentarsi davanti ai commissari. A chiarire quanto accaduto è stato Marco Lisei, presidente della Commissione Covid. “In ragione dei lavori delle Aule parlamentari per le giornate di martedì 4 e di mercoledì 5 agosto, con previste votazioni tutto il giorno sia alla Camera che al Senato, ho dovuto sconvocare l’audizione di Giuseppe Conte", ha annunciato l’esponente di Fratelli d’Italia.
Nessun colpo di scena, dunque. E soprattutto nessuna sorpresa. Secondo la ricostruzione fornita da Lisei, le difficoltà organizzative erano state comunicate da tempo alla segreteria del leader pentastellato. “Già la scorsa settimana i miei uffici avevano contattato la segreteria di Conte anticipando che sarebbe stato difficile tenere l’audizione il 4 e il 5 agosto”, la sua conferma: “Pertanto, avevano chiesto altre disponibilità ed io stesso, nel corso dell’ultima seduta, avevo avvisato che sarebbe stato utile da parte del leader del M5S proporre altre date. Nella giornata di venerdì scorso i miei uffici hanno nuovamente contattato la segreteria di Conte, senza tuttavia ricevere disponibilità di altri giorni. Così ho deciso di tentare di fissarla comunque il 4 agosto, ma come previsto non c’è materialmente spazio per una audizione che richiederà parecchie ore. I miei uffici prenderanno ancora contatto con Conte per individuare altre date utili”.
La versione del presidente della Commissione ridimensiona così la narrazione muscolare costruita dall’ex premier e svela il bluff – l’ennesimo – dell’ex presidente del Consiglio. Conte presenta le dimissioni come il gesto di chi non vede l’ora di affrontare domande e accuse. Ma quando gli uffici parlamentari hanno chiesto date alternative, dalla sua segreteria non è arrivata alcuna disponibilità.
Una furbata per prendere altro tempo, in sintesi. Una giocata da prestigiatore, termine utilizzato da Galeazzo Bignami: “Ha dato la disponibilità esattamente quando ha avuto la certezza che la Camera e il Senato sarebbero stati convocati per votazioni. E il trucco è tutto qui. Se l’aula vota, le commissioni non si possono tenere [...] E quindi, sim sala bim, Conte sparisce dalla commissione e appare in aula". Restano, ovviamente, anche i quesiti rilanciati dal capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera: “Giuseppe, ma perché usi questi trucchi per scappare? Cos’è che hai da nascondere?”.
Così come resta il dato politico. Dopo avere difeso la propria presenza nella Commissione, Conte ha dovuto lasciare l’incarico per evitare l’evidente cortocircuito di chi sarebbe stato contemporaneamente controllore e controllato. Lo ha fatto soltanto alla vigilia dell’audizione, accompagnando il passo indietro con il consueto tono da sfida: il fango da spazzare via, la verità da ristabilire, l’appuntamento con la storia.
Per ora, però, resta soltanto l’annuncio. Conte si è dimesso, ha alzato la voce e ha convocato il pubblico davanti allo schermo. Poi il sipario non si è nemmeno aperto. L’audizione sarà fissata in un’altra data. E soltanto allora l’ex presidente del Consiglio potrà, anzi dovrà, davvero spiegare le scelte compiute durante i mesi più drammatici dell’emergenza sanitaria. Fino a quel momento, più che le rivelazioni, rimane la propaganda.
