Continua il tiro al ricco e bravo: "Galera per Dolce e Gabbana"

In Italia manca rispetto e cultura dell'impresa. Che non è il nostro nemico. Ma è l'unico datore di lavoro che fa crescere un Paese

Continua il tiro al ricco e bravo: "Galera per Dolce e Gabbana"

Libération pochi mesi fa in prima pagina dedicò la copertina a una foto di Bernard Arnault con il seguente strillo: «Togliti di mezzo, ricco coglione». Parolaccia compresa ed esplicita. Era il periodo in cui il presidente della Repubblica francese aveva deciso di elevare la tassa sui redditi più alti al 75 per cento. E il numero uno di Lvmh, il conglomerato del lusso più importante del mondo, aveva annunciato il suo espatrio. In Italia siamo più sofisticati e se volete meno sinceri. I ricchi ci fanno ribrezzo. Ma non lo diciamo in modo esplicito. Lo sussurriamo a noi stessi nei più invidiosi retropensieri. Chi ha fatto soldi in Italia è un mascalzone. Pensateci bene. Non c'è costruttore che non si sia arricchito cementificando le nostre, prima, splendide periferie. Non c'è stilista che non sia un evasore fiscale. Non c'è industriale che non abbia inquinato e smazzettato. No, da noi non c'è il coraggio di dare del «coglione» al ricco che scappa. Da noi c'è un contesto ambientale più subdolo, machiavellico, tricky. Ci nascondiamo dietro sorrisetti infami contro chi ce l'ha fatta. E invece no. Bisognerebbe ribaltare tutto. Chi ha fatto soldi in Italia è un fenomeno. È il nostro John Galt, l'eroe nascosto di Ayn Rand. Ieri un pubblico ministero ha chiesto più di due anni e mezzo di carcere per Dolce e Gabbana. Ovviamente per frode fiscale. Sicuramente c'è qualche legge a cui si appiglia. D'altronde proprio ieri il segretario della Cisl Bonanni ribadiva la necessità di inasprire le pene detentive per gli evasori. Bravi. Buona idea. Nel frattempo la Cassazione ha di fatto ampliato a dismisura il reato di frode fiscale, attraverso il principio tutto italico dell'abuso del diritto. Ve la facciamo semplice: un comportamento fiscalmente legittimo diventa vietato se non ha alcuna motivazione economica. Ovviamente a decidere della motivazione c'è un giudice. Figlio di quella mentalità di cui parlavamo prima. Sì. Buona idea: sbattiamo in galera Dolce & Gabbana. E l'azienda, già che ci siamo, diamola in mano a qualche professionista nominato dal Tribunale. Forza, avanti. Che poi il lavoro ce lo daranno loro. D'altronde che volete che sia la moda per l'Italia? Un branco di sartini senza né arte né parte, bravi solo a evadere il fisco. Nel frattempo negli ultimi quattro anni Apple ha fatto 74 miliardi di utili (circa venti volte l'introito annuale dell'Imu sulla prima casa) e ha pagato tasse per 44 milioni, meno del tre per cento, grazie alle sue strutture irlandesi. I campioni nazionali delle nuove tecnologie (e con Apple, stesso discorso vale per Facebook, Microsoft, Twitter, Intel, Paypal e Tesla) gli americani sanno come difenderli. E quelle quattro cose che abbiamo noi? In galera.
Ma andiamo oltre. Vi sembra normale l'accanimento giudiziario del caso Riva? Galera preventiva, richiesta di spegnimento della fabbrica, poi di esproprio, e ancora 1,2 miliardi di sequestro fiscale e poi, come se non bastasse, 8,1 miliardi di sequestro per equivalente. E la pena di morte? Vabbè, i Riva ormai non li difende più nessuno. Prendiamo degli imprenditori che piacciono. I Benetton. Il ministero dell'Ambiente si è costituito parte civile per un supposto danno ambientale per la Variante di Valico e ha chiesto un rimborso di 800 milioni di euro alla loro società Autostrade. Il 10 per cento del valore di Borsa.
Altro che politica industriale. In Italia manca rispetto e cultura dell'impresa. Che non è il nostro nemico. Ma è l'unico datore di lavoro che fa crescere un Paese.

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