Il crollo del Pd, l'ultimo partito-Stato

In Italia la surroga del partito rispetto allo Stato "debole" fa sì che quest'ultimo sia invaso dalla politica

Il crollo del Pd, l'ultimo partito-Stato

Di fronte al caos del Pd di oggi verrebbe da ragionare di miserie di singoli e di gruppo. Poi però ci si ricorda dello smarrirsi della Dc post '92, dell'Italia da fascista ad antifascista tra '39 e '45, del declino dei liberali già nobili padri della Patria, e ciò spinge a riflettere più sulla lunga durata che sulla pura cronaca. Mentre nelle altre nazioni europee i partiti tendono a permanere. A compensare i democristiani francesi che scompaiono quando prevale il gollismo, la resurrezione dei socialisti nella stessa Francia, i conservatori inglesi rivitalizzati da Margaret Thatcher, i socialdemocratici tedeschi che rispuntano dopo la parentesi nazista.

Quello che ci distingue dalla tendenza di fondo del Vecchio continente liberaldemocratico è il carattere del nostro Stato nato debole innanzitutto per la separazione tra laici e cattolici e con i partiti che surrogano questa fragilità: in forme trasformistiche con i liberali postrisorgimentali; in forme autoritarie con i fascisti; in forma strutturalmente compromissoria tra liberalesimo e statalismo, tra moderatismo e progressismo con la Dc nel Secondo dopoguerra; con il servilismo verso la magistratura combattente e il più bieco conservatorismo grazie al mix di dossettismo e postcomunismo che sono Ulivo e poi Pd.

Mentre negli Stati solidi e liberali vi è una centralità dei cittadini che permette anche la seria distinzione tra politica e cosa pubblica, in Italia la surroga del partito rispetto allo Stato «debole» fa sì che quest'ultimo sia invaso dalla politica. E quando questo Stato «invaso» va in crisi, chi l'ha surrogato si autodistrugge perché non avendo avuto un ruolo parziale come naturalmente avviene nelle liberaldemocrazie, è investito direttamente dalla crisi delle istituzioni che ha sostituito. Peraltro poi le prime cause di tali processi sono internazionali: gli Stati deboli sentono infatti particolarmente le influenze straniere.

Così avviene dopo la Prima guerra mondiale, così dopo la Seconda, così con la fine della Guerra fredda e così oggi nel quadro della contesa tra egemonie tedesca e americana. La crisi della politica italiana deriva da quella di uno Stato dalle basi inadeguate e segnato da influenze elitistiche o straniere eccessive. In questo quadro diventa possibile riformare la politica, fare dei partiti elemento vitale invece che parassitario della società solo se si darà una forte base alla nostra sovranità nazionale che in una democrazia non può non poggiare su quella popolare. Solo questa svolta può poi permettere efficaci separazioni tra politica e amministrazione della cosa pubblica, e anche una partecipazione all'integrazione europea con pari dignità rispetto alle altre grandi nazioni. È possibile farlo senza forme di verticalizzazione dello Stato (un qualche tipo di presidenzialismo) e insieme con un più forte federalistico legame col territorio? Non credo.

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