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Doccia fredda per Elly & C. Altro che "spallata", il centrodestra guadagna. L’effetto-Fico non basta: i 5 Stelle calano ancora

Prime rilevazioni dopo le conferme del campo largo nelle Regionali Smontata la narrazione sul «vento che cambia»: a livello nazionale la maggioranza è avanti di 8 punti Bene Calenda fuori dagli schemi

Doccia fredda per Elly & C. Altro che "spallata", il centrodestra guadagna. L’effetto-Fico non basta: i 5 Stelle calano ancora

Dopo ogni elezione amministrativa si apre puntualmente il dibattito per proiettare i risultati locali sulla scena politica nazionale, come se ogni voto regionale o comunale fosse una mini elezione politica. Ma, dal punto di vista dei dati, questo esercizio è fuorviante. Alle amministrative il valore aggiunto delle liste è dato anche dai singoli candidati al consiglio regionale o comunale: in circa il 70% dei casi l’elettore esprime una preferenza nominale e il radicamento territoriale attrae più dell’appartenenza partitica mentre alle politiche non è previsto il voto ai candidati nelle liste.
Bastano pochi esempi per capirlo. Il «mister preferenze» Luca Zaia, presidente uscente del Veneto, ha raccolto nelle ultime regionali più di 200mila preferenze personali, anche grazie alla candidatura in tutte le circoscrizioni. In Campania alcuni candidati del Partito Democratico hanno superato i 30mila voti di preferenza nella sola circoscrizione napoletana. Alle politiche, invece, dove non è possibile votare per un candidato, il baricentro si sposta sul leader nazionale e sul marchio dei partiti, quindi la dimensione territoriale si attenua.
Lo confermano gli election day in cui si vota nello stesso giorno per amministrative e politiche: nello stesso Comune o Regione i risultati tra competizione locale e nazionale spesso sono molto diversi. Non è raro che nello stesso giorno alle politiche prevalga il centrodestra mentre, per le comunali o le regionali, vinca un candidato di centrosinistra, o viceversa.
Alcuni partiti risultano quindi più forti quando la competizione è nazionale – perché possono contare su leader riconoscibili – ma più fragili nel radicamento amministrativo. Tra le maggiori liste che spesso fanno registrare questo gap ci sono, per esempio, il Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia.
Questa premessa è indispensabile per leggere i dati della ricerca condotta, dall’istituto demoscopico Noto Sondaggi per il Giornale, subito dopo il turno delle ultime regionali che ha visto il centrosinistra riconquistare Puglia e Campania ed il centrodestra confermarsi in Veneto. La notizia è la «non-notizia»: sul piano nazionale, nonostante le buone performance dei candidati locali, non cambia nulla. Anzi, si registra una lieve flessione dello schieramento del centrosinistra/M5S e un piccolo avanzamento del centrodestra.
Nelle intenzioni di voto per le politiche le liste della maggioranza si attestano oggi al 50,5%, in crescita di mezzo punto rispetto alla rilevazione effettuata poco prima delle ultime regionali. La coalizione guidata da Giorgia Meloni consolida così un vantaggio di otto punti sul campo largo, che si ferma al 42,5%.
Mentre nel voto amministrativo il centrosinistra in Campania e Puglia è riuscito ad esprimere candidature vincenti, sul terreno nazionale la fotografia resta quella di una maggioranza politica salda e di un’opposizione ancora distante.
Dentro le coalizioni, Fratelli d’Italia si conferma di gran lunga il primo partito con il 30,5%, stabile rispetto alla vigilia del voto regionale. Forza Italia scende al 9% (-0,5) mentre la Lega recupera terreno e risale all’8,5% (+1). Noi Moderati si attesta all’1,5% e l’Udc all’1 %, con valori invariati. Nel campo largo il quadro è più fermo: il Pd rimane al 22%, senza variazioni anche in presenza dell’ottimo risultato conseguito in Puglia e dell’elezione del democratico Decaro. Primo partito dell’area progressista ma ancora lontano dai livelli necessari per contendere la leadership allo schieramento di governo.
Passando al M5S, nonostante Roberto Fico abbia conquistato lo scettro della Regione Campania, il partito di Giuseppe Conte scende al 10,5% (-1), Verdi e Sinistra restano al 6%, mentre la lista Casa Riformista–Italia Viva è stabile al 3%. L’insieme delle sigle del campo largo perde nel complesso un punto e non mostra, almeno per ora, un effetto traino legato alle vittorie in Puglia e Campania. Fuori dai due poli, da notare che da quando il leader di Azione Carlo Calenda si è dichiarato distante dalle due maggiori coalizioni, il suo partito è in un trend positivo e conquista attualmente il 4%, mentre solo qualche mese fa si attestava sul 3.
Se dunque lo scenario nazionale delle liste non registra significative variazioni tra il prima ed il dopo le regionali, anche sul fronte della fiducia al presidente del Consiglio la situazione non è cambiata. Il 44% che ottiene oggi Giorgia Meloni è identico a quello registrato qualche settimana fa. Anche in questo caso la partita amministrativa non sembra aver spostato gli equilibri. Per le opposizioni questo significa che non basta vincere (o meglio confermarsi) nelle Regioni per accorciare la distanza dal governo: serve una proposta nazionale unitaria e riconoscibile.

Per la maggioranza, invece, il messaggio è che se è vero che il voto locale risponde a logiche diverse da quello nazionale, alla lunga però bisognerà seminare consenso anche nelle istituzioni locali con un radicamento maggiore, soprattutto al Sud.

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