Un esule orgoglioso che amava la verità ma non la nostalgia

«Ma xe proprio tuti mona…. me ciamè per dirve sempre le stesse robe… no xe stufi?» Iniziava così l'esule Ottavio quando lo chiamavano a ricordare la sua Dalmazia, la sua Ragusa, la sua Zara. La sua terra, la sua rocca natale, la città dov'era cresciuto. Terre e città diventate straniere dopo la sconfitta del '45. Lembi antichi di patria ancorati ormai al ricordo di pochi sopravvissuti. Ma quando la battuta lasciava il posto al sentimento il fiato di Ottavio ti prendeva per mano, ti trascinava tra le rocche di Ragusa, t'accompagnava tra le calli veneziane di Zara, ti faceva respirare gli odori di quel mare blu e profondo, di quella terra rossa e aspra. Ti faceva sussultare il cuore come quando ragazzino saltellava con quelle gambe da stambecco tra gli scogli della marina.
Ma se il ricordo diventava nostalgia, se l'occhio del pubblico s'illanguidiva allora l'esule Missoni lo sferzava con quell'ironia sprezzante da dalmata indomito e orgoglioso: «Ma cossa xe tuti mona? Non son qua per farve pianzer, son qua per farve ricordar». Ricordare per Ottavio era impedire che indifferenza, tempo e conformismo ingoiassero «i 350mila italiani d'Istria e Dalmazia, il conto materiale e morale dell'esodo e della pulizia etnica». Raccontare, ricordare, emozionare significava per Ottavio riscattare «50 anni di silenzio e di mistificazione», cancellare la sordina politica e morale imposta «tacendo su una verità scomoda». La verità crudele delle foibe usate come mattatoio dai partigiani slavi. La verità umiliante sui compromessi che regalarono Istria e Dalmazia alla Jugoslavia di Tito. La verità impertinente di un esule stilista capace di tessere e colorare anche l'esile filo del ricordo e della storia.

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