Di governo e di Fiorello

Scusate se mi cito pur consapevole della mia marginalità. Da qualche mese, negli articoli che scrivo e nelle comparsate televisive piuttosto frequenti in cui discetto di politica fingendo di intendermene, sostengo che la caduta del governo sarebbe un guaio. Un concetto banale, a giudicare da quel che vedo e sento, ma molto condiviso. Talmente condiviso che oggi mi sembra superato dagli eventi e, pertanto, non lo condivido più. Ho sbagliato a pensare che Enrico Letta sia indispensabile a tenere in piedi la baracca Italia, dato che essa sta in piedi lo stesso anche senza di lui.
Mettiamo il caso che per un motivo inimmaginabile il premier fosse obbligato a rassegnare le dimissioni. Cosa accadrebbe? Nulla. Assisteremmo ai soliti vecchi riti della politica patria, fatti di incontri al vertice, trattative sopra e sotto il banco, tentativi di ricostruire una qualsivoglia maggioranza basata su alleanze estemporanee, reclutamento di cosiddetti traditori disponibili a cambiare casacca pur di continuare a percepire l'indennità parlamentare. Routine repubblicana. Tutta roba già vista.
Poi? Avanti un altro pisquano da candidare quale successore a Palazzo Chigi, giuramento dei neoministri davanti al capo dello Stato, lettura nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama di programmi impegnativi, risolutivi e bellissimi. Due soldi di speranza li abbiamo sempre avuti in tasca e li avremmo anche nell'eventualità di un avvicendamento nell'esecutivo. Ovviamente il nuovo governo somiglierebbe al precedente, assolutamente incapace di fare qualcosa di diverso rispetto agli altri.
Quindi? Gli ultimi arrivati di norma sono animati da buona volontà e affermano che nel nostro Paese bisogna ridurre la spesa pubblica, eliminare gli sprechi, sburocratizzare l'apparato pubblico, rilanciare l'economia, combattere il triste fenomeno della disoccupazione, specialmente giovanile. Una volta lo chiamavamo refrain, adesso lo chiamiamo mantra, ma la sostanza è identica: i politici, poveretti, ripetono instancabilmente (...)

(...) la stessa menata da anni. Non ne possiamo più. Aumenta l'Iva? Lorsignori si giustificano così: lo pretende l'Europa. I diktat di Bruxelles sono vere e proprie formule magiche che inducono i governanti e i governati alla rassegnazione. L'Ue comanda e noi eseguiamo senza protestare, come non ci si ribella alle calamità naturali: si accettano.
Se Letta fa le valigie - lo dice lui stesso - tornerà l'Imu. Ma noi sappiamo che se egli rimane seduto sulla sua poltrona, l'Imu risorgerà comunque, e non perché sia una tassa giusta e sacrosanta, bensì perché garba alla Merkel e ai suoi fedeli servitori. Abbiamo capito l'antifona e non abbiamo più la forza di illuderci che il Padreterno ci aiuti a mutare registro. Ecco perché la ventilata uscita di scena di Letta non turba i nostri sonni e nemmeno la veglia. Se ne va? Chissenefrega. Il peggio che può succedere è che tutto rimanga esattamente come adesso, con l'Ue che ci dà i compiti da fare a casa e noi che, da scolari diligenti, e scemi, adempiamo al nostro dovere di schiavetti soggiogati da sua maestà l'euro.
Abbiamo perso la dignità? No. Non l'abbiamo mai avuta. Come non abbiamo mai avuto il coraggio di mandare in mona quelli che ci costringono a ubbidire ai burocrati europei e a rinunciare alla sovranità nazionale. Non ci rendiamo conto che, se ci sganciassimo dalla baracca continentale, saremmo il primo Paese a risollevarsi dalla crisi in cui siamo precipitati. Stare al rimorchio degli imbecilli ci rende imbecilli. Oltre che straccioni.
P.S. Ieri sulla 7 (e ieri l'altro su Rai 1) è andato in onda un filmato in cui Fiorello, il fenomeno, faceva il verso a Silvio Berlusconi in chiave satirica. In sintesi, una presa in giro di pessimo gusto. Il Cavaliere presentato come un fesso che reagiva con rabbia alla condanna della Cassazione a versare una montagna di denaro a Carlo De Benedetti. Di norma scherzare è lecito o addirittura opportuno per sdrammatizzare certe situazioni. Ma sfottere un uomo in procinto di scontare una pena detentiva, di abbandonare la politica attiva, il seggio senatoriale e a svenarsi finanziariamente è un'operazione disgustosa.
Se un tuo avversario crolla, è buona norma aiutarlo a rialzarsi; sferrargli un calcio mentre è a terra è da vigliacchi. D'altronde quando Fiorello era schiavo della droga, pieno zeppo di cocaina, e rischiava di scomparire, nessuno di noi ha osato colpirlo alla schiena né al petto. Siamo stati zitti sperando che egli si riprendesse. Si è ripreso e ce ne rallegriamo. Ci aspettavamo che Fiorello si comportasse con Berlusconi come noi ci comportammo con lui. Con un minimo di stile.

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di Vittorio Feltri