Un governo poco renziano Matteo accontenta il Pd

Solo due i fedelissimi: Delrio e Boschi. In extremis Franceschini evita la Giustizia e Mauro perde la Difesa. Soddisfatti Bersani (per Martina e Poletti) e D'Alema (per Padoan e Madia)

Un governo poco renziano Matteo accontenta il Pd

La voce arrochita con cui Matteo Renzi legge e illustra la lista dei suoi ministri rivela che le ultime 48 ore sono state parecchio burrascose. Anche se il sorriso che gli spunta frequente sulle labbra e l'emozione con cui annuncia di avere «l'impressione che sia la volta buona» la dicono lunga sulla soddisfazione dell'obiettivo raggiunto.
Al Quirinale, naturalmente, negano che in quella sede ci siano stati scontri. Lo stesso Napolitano si premura di smentire che ci sia stato un «braccio di ferro» in quelle due ore e mezza durante le quali i due sono stati in conferenza dietro le porte serrate della Presidenza. Ma aggiunge, con una punta di malizia, che in quel lungo lasso di tempo si è anche svolto «un lavoro parallelo», con il presidente incaricato che ha «completato le sue consultazioni». Un modo diplomatico per dire che la lista arrivata al Quirinale era ancora aperta in vari punti. Che vi siano stati punti di frizione però è facile intuirlo. A cominciare dalla Farnesina, dove il capo dello Stato auspicava fortemente la continuità del lavoro avviato da Emma Bonino e guardava con preoccupazione a un'esordiente di nessuna esperienza come Federica Mogherini, fortemente sponsorizzata da Dario Franceschini, dal cui vivaio arriva. Bonino però ha pagato il prezzo della «discontinuità» col governo Letta che da qualche parte Renzi doveva pur dimostrare, visto che ha dovuto riconfermare in toto la delegazione di Ncd, concedendo ad Alfano tutto quel che chiedeva davanti alla minaccia: «O così o il governo non parte, perché noi non votiamo la fiducia».
Alla casella della Giustizia si diceva che Renzi fosse tentato dal nome di un magistrato «simbolo» come Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria. Ma già da ieri mattina era in atto un forte pressing su Franceschini perché accettasse il dicastero meno ambito e più pericoloso della Repubblica. Franceschini si è sfilato, puntando dritto alla pacifica Cultura, e dietro le porte chiuse del Quirinale, in extremis, si è convinto il giovane turco Andrea Orlando al sacrificio. Con un rapido rimescolamento che ha portato l'Udc Galletti all'Ambiente, con conseguente indignazione dei Popolari per l'Italia, ossia gli amici di Mario Mauro, scalzato dalla Difesa da Roberta Pinotti del Pd. In casa Pd è soddisfatto Franceschini che porta a casa due caselle sostanziose, è soddisfatto Bersani che vede il suo Maurizio Martina promosso alle Politiche agricole (con mani in pasta in Expo 2015) e anche un vecchio sodale come il dirigente Coop Poletti (nome sponsorizzato dall'emiliano Delrio) al Lavoro, ed è contento anche D'Alema, che fa esprimere alla sua Fondazione Italianieuropei «la più grande soddisfazione» per la nomina di due suoi autorevoli membri come Piercarlo Padoan e Marianna Madia. Su tutte le furie invece è Civati, che accusa Renzi di avergli sedotto, offrendole il ministero degli Affari regionali, Carmela Lanzetta. L'ex sindaco calabrese che solo una settimana fa, ricorda Civati, «aveva votato contro Renzi in Direzione», e che entra trionfalmente nel suo governo. «E nessuno ha avvisato la nostra componente», conclude il barricadero Pippo, che minaccia con alcuni senatori Pd, Mineo in testa, di non votare la fiducia e formare un nuovo gruppo con Sel e pezzi grillini. Alla fine, i renziani doc sono solo Delrio e Boschi. Ma questo non preoccupa il premier: sarà comunque il «suo» esecutivo, molto meno tecnico e più politico dei precedenti e incentrato sulla trazione del leader. «Perché credere nel nostro governo?», ha spiegato al Quirinale, «perché l'Italia non ha alternativa».

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