Il confronto, anche aspro, tra Confindustria e il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ieri ha evidenziato quanto stiano diventando sempre più difficili le scelte di politica economica: occorre, infatti, conciliare la tenuta dei conti pubblici in una fase di shock internazionale senza precedenti, preservando al tempo stesso il sostegno alle imprese. È su questo crinale che si è originata la polemica degli industriali sul dl Fiscale e su Transizione 5.0, una disputa che fotografa la tensione tra aspettative del mondo produttivo e responsabilità di governo.
A dare voce al malcontento è stato il vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli che ha parlato apertamente di «disposizioni molto penalizzanti» per le aziende in quanto «il testo prevede un taglio del 65% del credito d'imposta richiesto», oltre a escludere alcuni investimenti in fonti rinnovabili. In serata il presidente Emanuele Orsini ha rincarato la dose. «Si tratta di un tema cruciale che non può essere rinviato né ridimensionato», ha dichiarato chiedendo «con urgenza l'apertura, già dalla prossima settimana, di un tavolo di confronto» con Giorgetti e i colleghi delle Imprese Adolfo Urso e degli Affari Ue Tommaso Foti. «Su questo punto serve una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi», ha concluso.
La replica del ministro dell'Economia è arrivata dal Forum Finanza Teha di Cernobbio e ha chiarito il quadro generale della decisione. Giorgetti ha spiegato che «avevamo una traiettoria, dei programmi di un certo tipo, poi è successo uno shock esterno
paragonabile alla crisi in Ucraina e che induce a fare delle riflessioni rispetto chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare». Il titolare del Tesoro ha ricordato che la scelta sulle risorse «discende proprio da questo discrimine» e «tenendo conto dei vincoli di bilancio che esistono sempre». In altre parole, non una marcia indietro ma una rimodulazione dettata dalla realtà. «Dobbiamo decidere se le disponibilità devono andare a costoro o a favore delle imprese energivore piuttosto che delle aziende di trasporto o per i tagli alle accise», ha osservato, sottolineando che il governo ha deciso di «dare un minimo di garanzia per agevolazioni paragonabili alla vecchia 4.0 ma allo stesso tempo mettersi in ascolto delle categorie».
Non si può comprendere questo inatteso irrigidimento delle relazioni senza un minimo di background. La complessità del modello agevolativo «Transizione 5.0», sbloccato solo negli ultimi mesi del 2025, ha determinato una corsa agli investimenti molto superiore alle previsioni. Il 7 novembre il plafond si esaurì in anticipo ma lo stesso Giorgetti, insieme a Urso e Foti, assicurò che le imprese avrebbero potuto continuare a presentare richieste per il credito di imposta al 45% fino al 27 novembre perché in legge di Bilancio sarebbero stati sbloccati fondi ad hoc del Pnrr. Le imprese si attendevano una cifra tra i 3 e i 4 miliardi, ma la manovra, avendo altre priorità, non le accontentò. Di qui l'aumento delle aspettative per il dl Fiscale che però ha limitato l'incentivo al 35% del credito originario. Ad esempio, su un investimento ammesso di un milione di euro, anziché 450mila
euro se ne otterranno 157.500. Un taglio che, secondo Viale dell'Astronomia, potrebbe creare tensioni finanziarie. Non a caso, secondo fonti dell'esecutivo, su questo tema si sarebbe determinato venerdì in Cdm uno scontro tra Giorgetti e Urso che avrebbe indotto Palazzo Chigi a precisare nel comunicato stampa sia l'avvio di un confronto con le imprese sia di valutare in sede di conversione «eventuali risorse aggiuntive». Giorgetti ieri ha parlato di fase nuova in cui bisognerà capire «se gli spazi disponibili debbano essere orientati a fronteggiare l'emergenza piuttosto che altre situazioni», richiamando la necessità di muoversi in modo coordinato a livello europeo. Il governo ha quindi scelto una linea di responsabilità, privilegiando la tenuta dei conti e la possibilità di intervenire rapidamente sul quadro macro, senza rinunciare al dialogo con il sistema produttivo.
E proprio da Cernobbio è giunto un segnale di distensione. La platea di imprenditori e banchieri riunita al Forum Teha continua infatti a promuovere Meloni & C.
: il 52,2% ha espresso un giudizio positivo sull'operato dell'esecutivo, confermando una maggioranza favorevole pur con l'invito a fare di più su riforme e crescita. Un dato che racconta meglio di molte polemiche il clima reale nel mondo produttivo: confronto sì, ma anche consapevolezza che in questa fase è prioritario garantire la stabilità.