Industriale massacrato in villa L’assassino in fuga sul lago

Carate Urio (Como)Niente. L’assassino non si trova. È ancora in fuga. Ma la caccia continua, mentre il corpo di Antonio Dubini è chiuso in una cella frigorifera dell’obitorio di Como. I parenti non hanno neanche il permesso di vederlo perché la salma è sotto sequestro, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Sul suo corpo ci sono decine di coltellate, inferte da un giovane che è riuscito a fuggire passando indenne dai posti di blocco che carabinieri e polizia avevano disposto sabato in tutta la provincia.
I militari lo cercano dappertutto, tra le persone che avevano rapporti di lavoro con l’imprenditore tessile che si era dedicato alla compravendita immobiliare dopo aver chiuso la Comojersey nei primi anni Novanta. Sembra proprio che si tratti di un omicidio premeditato, qualcuno che pensava di avere un conto in sospeso con Dubini, un debito forse, di sicuro un rancore covato a lungo.
L’assassino, sabato pomeriggio, ha suonato alla porta del pensionato che aveva sessantasette anni. «Sali tu?». Uno scambio di battute veloce al citofono, al quale ha assistito anche la moglie Rosalia Alberti. La vittima sapeva chi era e infatti è sceso ancora in ciabatte. Una volta arrivato al cancello del residence I Lauri di Carate Urio, arroccato su una collina sopra la statale Regina, Dubini è stato aggredito. L’assassino lo ha colpito al collo, al petto, al fegato, al cuore all’addome e poi da capo, la lama è stata conficcata in ogni parte del torace. Voleva uccidere, non è stato un moto di rabbia. È stato un gesto ripetuto.
Un motociclista di passaggio ha visto un ragazzo, corpulento, che indossava un casco nero ed è fuggito in sella a uno scooter. Un sabato pomeriggio pieno di sole e turisti in giro in moto o in bici sulla Regina, pattuglie di polizia, vigili e carabinieri ovunque, eppure l’uomo che ha ucciso è scivolato via senza dare nell’occhio. Anche se probabilmente era sporco di sangue, visto lo stato in cui la moglie di Dubini ha trovato il marito. Era riverso a terra, in una pozza di sangue. Le condizioni di Dubini erano talmente gravi che è morto durante il tragitto in ospedale.
Il figlio Alessandro, che ha trentacinque anni ed è architetto, è corso a Como da Novi Ligure, dove vive e lavora, ma l’unica cosa che ha potuto fare una volta arrivato in ospedale è stato sostenere la madre, sconvolta, per riportarla a casa.
Anche la figlia Barbara, che era in crociera, ha fatto il possibile per rientrare subito. Ieri nessuno se la sentiva di parlare, perché nessuno dei parenti si sarebbe mai aspettato di finire sui giornali per un fatto di cronaca nera. «Ce l’hanno ucciso come un cane», hanno i fratelli Angelo e Carlo, appena saputo della morte.
Quella di Dubini è una famiglia benestante. Lavoro, viaggi, casa a Nizza, gente che sta bene e non ha mai avuto problemi economici. Anzi, Dubini è stato anche uno dei principali sponsor della Comense, la squadra di basket femminile della città. Dopo la chiusura della sua azienda, aveva continuato a fare il consulente per aziende tessili del territorio. Poi, trascinato dalla passione del figlio Alessandro, l’imprenditore aveva iniziato a occuparsi di compravendita di case. Ed è forse proprio nelle persone con le quali aveva a che fare per questi lavori, che si cerca il killer, bravissimo fino a ora a fare perdere le proprie tracce.

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