Le nazifemministe che manganellano le donne

Lidia Ravera offende le "mamme mancate", la blogger Terragni infanga una giornalista

Le nazifemministe che manganellano le donne

Frauenquote. Quote rosa in tedesco si dice così. E la lingua di Goethe (e di Hitler), è la più adatta per loro, le signore del nazifemminismo. Sembra di sentirle, mentre scandiscono nei loro dotti tinelli le parole dolci della femminea riscossa sulla maschia protervia. Sono le sacerdotesse di una nuova fede, un credo che non ammette dubbi e che si nutre di slogan accomunati dal suono vago e vagamente sinistro: femminicidio, azioni positive, pari opportunità, papà raus, meglio genitore uno, anzi genitore due, ché conta meno, o meglio ancora, zero, tanto un papà è solo l'apostrofo nero tra le sillabe «inu» e «tile». Ma sbaglierebbe chi pensasse che odiano solo gli uomini: anche le donne possono allontanarsi dalla retta via, chessò preferire la vita casalinga anziché pretendere un posto in un consiglio d'amministrazione in forza delle sante quote rosa in azienda («Come in Norvegia!» ha scritto esaltata una delle sacerdotesse sul suo blog). Le donne, anzi, meritano uno speciale trattamento se sbagliano, un pestaggio verbale e psicologico più severo perché non essere d'accordo con il credo ufficiale è tradire le consorelle. Si dicono «pro choice», ma l'unica scelta che ammettono è pensarla come loro.

Nell'ultima settimana due sacerdotesse si sono fatte notare per il piglio aggressivo verso le compagne che sbagliano. Lidia Ravera, coautrice (con un uomo!!!) di un libro sui sessantottini scritto nel '76 e assessore alla Cultura della Regione Lazio, si è distinta per delicatezza verbale commentando così la decisione di Matteo Renzi di emanare un regolamento cimiteriale per la sepoltura dei feti a Firenze: «Si tratta del cimiterino dei non nati, del diritto di seppellire grumi di materia, chiamandoli bambina e bambino». Il bello è che nella frase seguente definiva il provvedimento come «splatter» e «compassionevole aggressione delle mamme mancate», totalmente incurante dell'aver appena usato un linguaggio sanguinolento, aver usato un tatto da macellaio forse non proprio gradito a chi ha la sventura di finire nel catalogo delle «mamme mancate».Ma chissà, forse era un modo per sfatare un altro luogo comune delle donne: quelle che sono sensibili ed empatiche. E perlomeno Lidia Ravera, di fronte alla gragnuola di critiche e richieste di dimissioni che le sono piovute addosso almeno ha chiesto scusa. Una debolezza imperdonabile per una nazifemminista, che probabilmente pagherà con l'obbligo di sfilare con orecchie d'asino al prossimo corteo in salotto di «Se non ora quando».

Sarà per questo che un'altra oberführer del movimento, la blogger e giornalista-con-rubrica Marina Terragni si è ben guardata dal chiedere scusa per aver infamato una collega, rea di aver solo fatto (e bene) il proprio lavoro. Laura Eduati, sull'Huffington Post, dopo il provvedimento di Renzi intervista Alessandra Kustermann. La primaria della clinica Mangiagalli, che pratica aborti da 35 anni e difende la legge 194, ma ha aperto il suo reparto a un «Centro per la vita», sostiene, forte della sua esperienza sul campo, di non aver «mai sentito una donna nominare quello che portava in grembo come feto, embrione o grumo di materia» e che «decidere di seppellire un bambino abortito è una scelta che va lasciata alle donne senza ferire la loro sensibilità e spesso le aiuta a superare il lutto». In più bolla la polemica della Ravera come «vetero». Poco dopo Laura Eduati si ritrova sulla propria bacheca di Facebook il marchio d'infamia della Terragni che le dà della «disonesta carrierista» per l'intervista e dice di aver interpellato la Kustermann, che smentisce. E quando la primaria interviene a sua volta, confermando il contenuto dell'intervista, Terragni butta la palla in tribuna sottolineando che la Kustermann non si era riconosciuta appieno nel titolo che parlava di «Cimiteri per bimbi mai nati» anziché semplicemente di «sepolture». Il dibattito prosegue su Twitter, dove in tanti invitano Terragni a scusarsi con l'intervistatrice e casomai a protestare con la direttrice dell'Huffington Post per il titolo. La replica? «Lucia (Annunziata) è un'amica». Capito? La Kustermann, totem dei diritti delle donne non si tocca, la direttrice nemmeno. La giornalista-con-rubrica trova più facile infangare la cronista-precaria, la sorellanza non è un ostacolo, anzi.

Come dimostra un'altra delle sue risposte su Twitter, quando spiega di aver smascherata un'altra traditrice del nazifemminismo avendo «scoperto che è fidanzata con un renziano». E già, perché evidentemente secondo Terragni una donna, senza un'azione positiva o una pari opportunità, mica può avere opinioni diverse dal fidanzato. Heil Frauenquote Marina.

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