Il killer di Yara è il figlio di un autista

Il killer di Yara è il figlio di un autista

«Ignoto 1» ha un cognome. Ma non è quello vero, perlomeno non è quello del padre che non lo ha mai riconosciuto come figlio. O che forse nemmeno sapeva di averlo procreato. «Ignoto 1», l'assassino di Yara, ha lasciato sì la sua firma, peccato sia anonima: quella di un fantasma. Un'ombra affacciatasi in una gelida sera di fine autunno a Brembate e che a più di tre anni di distanza continua a non aver un volto, un'età, una qualsiasi forma. Potrebbe persino non essere italiano, almeno non del tutto. Chi sia sua madre resta un mistero. Solo lei probabilmente potrebbe dire chi è il mostro. Ammesso sia ancora viva.
Una cosa è certa: fu lui, l'Ignoto a spezzare le ali a quella tredicenne che volteggiava come una farfalla sognando di diventare campionessa di ginnastica ritmica. Le poche tracce di Dna trovate sul corpo della ragazzina, ferita con un taglierino, colpita con una pietra in testa, e lasciata morire agonizzante in un campo d'erbacce, uccisa dal freddo e dal suo stesso sangue che la soffocava, lo confermano. L'omicida è figlio di Giuseppe Guerinoni, l'autista di Gorno morto nel 1999 a 61 anni. Già lo si era detto, dopo migliaia e migliaia di test genetici sugli abitanti di mezza Bergamasca, ne era spuntato uno simile a quello dei suoi famigliari. Due figli legittimi e un nipote, il ragazzo che portò senza saperlo gli investigatori sulla strada giusta. Un giovane che frequentava la discoteca vicina al campo di Chignolo dove il 26 febbraio 2011 era stato trovato, allo sciogliere della neve, il cadavere di Yara.
Gli inquirenti, all'epoca, prelevarono il Dna di tutti i frequentatori (rintracciabili) del locale per raffrontarli con quelle minuscole tracce ematiche trovate sugli indumenti della vittima. Per questo nel marzo dello scorso anno la salma di Guerinoni venne riesumata. L'anatomopatologa Cristina Cattaneo, la stessa che aveva già eseguito l'autopsia sulla vittima, era stata incaricata dal pm Letizia Ruggeri di prelevare un campione di materiale dalla tibia del defunto per confrontare i «codici». Serviva una conferma alle conclusioni cui era giunto l'altro esperto del pm, il genetista Emiliano Giardina. Lui, qualche mese prima, aveva individuato in un parente stretto di Guerinoni, tramite il calcolo biostatistico e l'esame della saliva lasciata su una marca da bollo della patente del defunto e alcuni francobolli, l'assassino da cercare. Secondo indiscrezioni, la relazione che l'autista di bus sia il padre dell'assassino è del 99,99999987%, una paternità di fatto provata scientificamente.
Eppure tutto cìò serve a poco. Come cercare un ago in un pagliaio in quest'indagine nata male, certo sfortunata, ma costosa e inconcludente come poche. E che porta a una consapevolezza ancor più dolorosa: quella di vedere il colpevole senza riuscire ad afferrarlo.
Tornano così alla mente i fallimenti dei cani molecolari, quelli che col loro «formidabile» fiuto, nel cercare Yara, non andarono oltre il cantiere di Mapello; le vane ricerche di centinaia di uomini di forze dell'ordine e volontari; l'inutile arresto dell'innocente presunto colpevole, quel Mohamed Fikri, operario marocchino rilasciato senza nemmeno tante scuse; le lettere anonime, i mitomani, le false piste, le tante speranze subito evaporate. Fino agli appelli strazianti della mamma di Yara. Ora c'è una prova certa. Eppure, l'Ignoto rischia di rimanere tale per sempre.

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