L'allarme di Visco: «L'incertezza politica minaccia la ripresa»

L'allarme di Visco: «L'incertezza politica minaccia la ripresa»

C'è una crisi in via di esaurimento e un'altra, quella che si profila sul versante di governo, che rischia di minare alle fondamenta la futura ripresa economica. È da qualche settimana che Ignazio Visco ascolta con preoccupazione crescente gli scricchiolii che arrivano da Palazzo Chigi. Così, ieri, il governatore di Bankitalia non ha perso l'occasione per ricordare che «i segnali ora sono che la contrazione» dell'economia «sta arrivando al termine», ma «i rischi al ribasso sono aggravati dai timori degli investitori sulla possibile instabilità politica».
In effetti, questo è forse il momento peggiore per rottamare il governo delle larghe intese, aprendo una fase di instabilità la cui durata finirebbe per impattare sia sul processo di consolidamento dei conti pubblici, sia sul processo di quelle riforme strutturali sollecitate non solo dall'Unione europea, dalla Bce, ma da più di un organismo internazionale.
Sono però soprattutto i mercati a ricordarci che l'instabilità politica ha un prezzo. Il primo, non del tutto simbolico, lo abbiamo già pagato ieri: per la seconda volta in due anni, lo spread tra i nostri Btp e il bund tedesco (251 punti) è risultato più alto rispetto al differenziale di rendimento tra il Bonos spagnolo e il decennale tedesco (248). In soldoni, significa che Roma deve ora pagare sulle proprie emissioni un premio di rischio più alto di quello chiesto a Madrid. E già per l'asta Bot di oggi da 8,5 miliardi di euro gli analisti prevedono una risalita dei tassi. Ciò nonostante la Spagna abbia la più elevata disoccupazione di tutta l'Ocse (oltre il 26%), un deficit ben peggiore del nostro e un sistema bancario stravolto dal crollo del mercato immobiliare. Il governo Rajoy, però, riuscirà con buona probabilità a portare a termine il mandato: è questo l'atout che il Paese iberico si sta giocando mentre il governo italiano è appeso a un filo.
L'Italia, del resto, non può opporre numeri in grado di testimoniare l'avvenuta ripresa. Anzi. Entro il 20 settembre, l'esecutivo dovrebbe presentare la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza con cui verrà rivista al ribasso la stima del pil 2013 rispetto al -1,3% indicato ad aprile. L'Istat ha invece già rimesso mano ai calcoli del secondo trimestre, peggiorandoli: il pil si è contratto dello 0,3%, contro il -0,2% della stima precedente, e del 2,1% rispetto al secondo trimestre del 2012. Un pessimo risultato, considerato che nel periodo tra aprile e giugno molti Paesi dell'Eurozona hanno passato la gomma sulla recessione.
L'Italia non solo non ha ancora cancellato la crisi dal proprio lessico quotidiano, ma per il 2013 la variazione acquisita del nostro prodotto interno lordo, ossia il calo annuale in assenza di ulteriori variazioni congiunturali, è pari a -1,8%. Quasi altri due punti percentuali di ricchezza bruciata da sommare a quelli andati in fumo a partire dall'esplosione del virus dei mutui subprime.
Ricorda infatti Visco: la crisi «non ha colpito tutti i Paesi dell'area dell'euro nello stesso modo, e in Italia la recessione è stata più lunga e più profonda rispetto a molti altri paesi. Il Pil dello scorso anno era quasi il 7% in meno rispetto al 2007».
La coda velenosa di questo scenario profondamente perturbato è visibile dall'andamento della spesa delle famiglie, crollata del 3,2% nel secondo trimestre. Non si spende: si taglia. Per far quadrare i bilanci, gli acquisti di beni durevoli (auto, lavatrici, mobili, ecc.) sono stati ridotti del 7,1% e del 3,3% quelli dei beni non durevoli. Pur se le politiche di austerity hanno contribuito ad accentuare la depressione, il numero uno di Via Nazionale difende il rigore: «È stato il prezzo pagato allo scopo di evitare conseguenze più gravi per scongiurare il rischio di perdere l'accesso al mercato, che avrebbe fatto precipitare la crisi».

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