Roberto Formigoni oggi ha 79 anni. Ha una carriera politica brillantissima durata più di quarant'anni. Interrotta da una vicenda giudiziaria incredibile e ingiusta che lo ha penalizzato e costretto a ritirarsi. Ora è di nuovo libero. Pienamente libero. Il suo semestre bianco è durato più di un decennio.
È ora di ricominciare?
«Sono stato 36 anni nelle istituzioni. Ho iniziato nel parlamento europeo. L'ideale europeo era per me una cosa importantissima. L'Europa che sognavo era molto diversa dall'Europa di oggi. Poi sono stato alla Camera e al Senato, infine per 18 anni sono stato presidente della Lombardia».
Un lungo viaggio dentro le istituzioni?
«Sì. Ma ho iniziato a fare politica prima. Nel 1975 ho fondato il movimento popolare. Non era un movimento esclusivamente politico. Era un'organizzazione culturale e di costruzione sociale. Siamo andati in Friuli per il terremoto. Siamo stati in Kurdistan ad aiutare quel popolo che era oppresso da Saddam».
Oggi fa ancora politica?
«Oggi l'interesse per la politica è intatto. La politica è una droga. Ti dà dipendenza».
E come fa politica?
«Leggo di politica e di economia poi sono interpellato da gente che vuole il mio parere su tanti temi».
Chi la interpella?
«Molti giovani».
Cosa le chiedono?
«Per esempio mi chiedono: ci insegni cos'è la politica?».
Anche i politici attivi le chiedono consigli?
«Si, soprattutto per la sanità. Ho rivoluzionato la sanità e la Lombardia. La Lombardia è diventata una regione modello nel mondo. Il Wall Street Journal durante la campagna elettorale di Obama diede un consiglio al futuro presidente: se vuoi saperne di sanità vai a fare un giro in Lombardia».
La politica è potere o è servizio?
«Tutte e due le cose. Certamente è potere. Ma il potere per fare che cosa? Il potere non è una cosa da demonizzare. Lo puoi usare per il tuo ego o per una fazione, oppure lo puoi usare bene, al servizio del popolo».
Parliamo di Milano. Sarà il suo allievo Maurizio Lupi il candidato sindaco del centrodestra?
«Se non emergono altri candidati mi sembra il candidato migliore. Con tutto il rispetto per i candidati civici».
Quanto ha pesato l'esperienza in carcere sulla sua esistenza?
«Io sono innocente. Sono stato condannato perché alcune delibere avrebbero favorito alcune aziende. Ma le delibere non sono mie, sono approvate da tutta la giunta. Sono preparate dagli uffici, dal direttore generale, dall'assessore, poi varate dalla giunta all'unanimità. Una delle leggi contestate era stata approvata dal Consiglio regionale col voto a favore perfino del Pd».
Quanto tempo è rimasto in cella?
«Cinque mesi poi i domiciliari per 4 anni».
Come ha vissuto questa esperienza?
«In carcere ho ricevuto moltissime visite di politici, anche di sinistra, e soprattutto ho ricevuto in cinque mesi 4000 lettere di cittadini. Ho sentito affetto e solidarietà».
Come è stata la sua vita dietro le sbarre?
«Ho conosciuto il mondo del carcere. Ho apprezzato il rispetto degli altri carcerati e dei secondini. Mi chiamavano presidente. Il primo giorno che sono entrato ho incontrato i miei tre compagni di cella. Uno aveva l'ergastolo. Appena mi ha visto mi ha detto: Presidente, in questa cella noi ci dividiamo tutti gli incarichi domestici: tenere in ordine, pulire, spazzare, cucinare. Beh, lei è esentato, il nostro è un gesto di gratitudine per quel che ha fatto per la nostra regione».
Da innocente in carcere che sensazione si ha?
«Il senso di una ingiustizia. Ma da cristiano e da uomo delle istituzioni ho accettato. Quello che il Padreterno permette, anche quando permette una cosa ingiusta, è per un bene superiore».
Cadendo in disgrazia ha perso degli amici?
«Sette o otto. Conosco i loro nomi e cognomi. Ma ho mantenuto l'amicizia vera di tutti gli altri».
Parliamo del dopo.
«Studio, politica, lavoro».
Lavora?
«Sì perché devo pagare i debiti. La condanna mi ha portato a un fortissimo danno economico».
Siamo al terzo anniversario della morte di Berlusconi. Il suo rapporto con lui?
«Era un genio e una persona amabilissima. Ci siamo sentiti negli anni Settanta. Io ero capo del movimento popolare e lui era l'imprenditore di Milano 2 . Mi ha telefonato e mi ha detto: Io sono l'imprenditore sulla cresta dell'onda, tu sei un giovane personaggio politico emergente. Incontriamoci. Ci siamo visti e mi ha fatto una grande impressione. Il mio è stato il rapporto con un genio, in tutti i campi: economia, edilizia, commercio, televisione, sport, politica».
Mi dia un giudizio politico su Giorgia Meloni e sul suo governo.
«Grande stima per Meloni. Il governo avrebbe potuto fare di più».
Perché stima per Meloni?
«Ha ottenuto risultati positivi. Giorgia Meloni si è fatta da sé. Prima donna segretaria di un partito, prima donna capo di governo, donna di destra che ha saputo dialogare in campo internazionale con tutti. Ha fatto una politica vicina al centro, ha mostrato grandissime doti politiche».
È ora di ricostruire un partito cattolico?
«Una domanda che si fanno in tanti. Anche io. I cattolici sono presenti in diversi partiti. Si sentono? Pesano? No, è come se non ci fossero. Il modo per rilanciare il ruolo dei cattolici è costruire un partito di ispirazione cattolica? Non lo so. Comunque devono farsi sentire».
Con quali obiettivi?
«Soprattutto due. Ci sono due grandi emergenze, in Italia e in occidente: l'emergenza educativa e l'emergenza demografica. Oggi i giovani sono abbandonati a se stessi. Bisogna costruire un sistema educativo pluralista, bisogna investire, rilanciare e dare spazio alla scuola paritaria. E poi c'è l'emergenza demografica: nel 1943 in piena guerra e con le città bombardate le donne italiane misero al mondo un milione di bambini. Nel 2025 ne hanno messi al mondo 360 mila».
Una cosa di lei che vorrebbe che gli altri sapessero?
«Io devo tutto all'incontro con un prete che si chiamava don Giussani. Ero un ragazzino chiuso in me stesso. Lui mi disse: Sei come una bottiglia di champagne, bisogna fare saltare il tappo».
Quanto le piacerebbe tornare nella politica attiva vera?
«L'idea non l'ho abbandonata».
Se le proponessero di tornare alla Presidenza della Lombardia?
«Credo che accetterei».