Da vittima dei dossieraggi al Parlamento il passo è breve. Il tesoriere della Lega Alberto di Rubba sarà candidato nel collegio Veneto 2 lasciato vacante dal neo governatore Alberto Stefani. Di Rubba è il protagonista di una vicenda giudiziaria intricata. Venne arrestato nel 2020 si richiesta dei pm Eugenio Fusco e Stefano Civardi, (ora a Pavia) alle indagini Gdf ci aveva messo lo zampino l’allora luogotenente Gdf Pasquale Striano (a processo a Roma per i dossier sul ministro della Difesa Guido Crosetto) con il solito sistema delle Sos finite ai giornali ciclostile delle Procure - L’Espresso, il Domani, Il Fatto quotidiano e la confezione di un’inchiesta su Lombardia Film Commission, parte civile difesa dall’avvocato Andrea Puccio.
Di Rubba avrebbe gonfiato la valutazione di un capannone, circostanza smentita anche dalle perizie della Procura, avrebbe distratto circa 180mila euro con fatture false che per la Cassazione (nel processo su un filone dell’indagine) non esistono, anzi quei soldi sono stati usati per una ristrutturazione. Ma la sentenza d’appello bis del Tribunale di Milano non ne ha tenuto pienamente conto e l’ha condannato per peculato a una pena minore, su richiesta della Suprema corte, annullando però anche la confisca collegata.
Il nome di Di Rubba non è solo collegato alle Sos di Striano «girate» ai giornali amici ma è rispuntato anche nel cosiddetto «papello» di 36 pagine che inchioda Giangaetano Bellavia, il commercialista consulente di Report e di una ventina di magistrati anche a Milano. Parliamo del dossier con oltre un milione di file con le carte di imprenditori, politici e vip (da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, da John Elkann a Massimo D’Alema fino a Di Rubba) che una ex dipendente di Bellavia ha «esfiltrato» quando le era stato comunicato che lo studio avrebbe chiuso i battenti. La donna si chiama Valentina Varisco, è accusata di aver copiato e portato via una mole impressionante di dati che secondo Bellavia e il suo legale Luca Ricci «sono detenuti e trattati legalmente» perché inerenti la sua attività professionale. Ma in quelle carte sono confluite anche i dossier che Report gli aveva sottoposto per una valutazione, con personaggi come il figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, di cui Bellavia non si era mai «ufficialmente» occupato per conto di alcuna Procura.