Macché verità, i «rossi» vogliono solo la forca

Il Pd ha fretta di far fuori Berlusconi dal parlamento, senza chiarire se ha o meno frodato il fisco. Eppure anche Repubblica arriva a sollevare dubbi sulla sentenza

Macché verità, i «rossi» vogliono solo la forca

Falchi e colombe soltanto nel Pdl? Domenica mattina mi trovavo nello stesso bus dell'aeroporto in cui Guglielmo Epifani era impegnato in una fitta discussione con un giornalista di Repubblica. Ero a distanza di qualche metro per cui non so di che parlassero, anche se non è difficile immaginarlo. Ad un certo punto il segretario del Pd ha alzato la voce e i passeggeri si sono girati verso di lui che esclamava con tono deciso e anzi perentorio: «I numeri! Abbiamo i numeri e allora usiamoli e basta!». Ieri pomeriggio alle 17 si diffondeva la notizia secondo cui il Pd nella giunta che si occupa del caso Berlusconi aveva fatto valere proprio i numeri, e non l'auspicata attenzione per i singoli quesiti, e che un voto unico - numerico - avrebbe deciso sulle tre pregiudiziali.
La linea politica del segretario del Pd, che si considera il braccio politico del presidente Enrico Letta, è di accelerare i tempi affinché l'esecuzione della sentenza venga eseguita alla svelta e il condannato nel braccio della morte (politica) sia imbragato e trascinato sul lettino dell'iniezione letale. La questione, lo ripetiamo sfidando la noia, è politica. E politica resta, negli effetti, la condanna della Cassazione. Dunque a Epifani non importa nulla dei pronunciamenti di Strasburgo e forse domani di Lussemburgo, ma anche di Brescia, se dovesse essere portata davanti a quella Corte d'appello la richiesta di revisione del processo dopo l'emersione delle carte svizzere secondo cui il processo fatto a Berlusconi è falsificato da una questione che la giustizia elvetica ha risolto, ma di cui sembra che alla giustizia italiana non importi finora nulla. Eppure è la questione centrale di cui ha riferito il Giornale il 3 settembre scorso e che è stata ripresa con grandissima attenzione e rispetto anche dai giornali avversi. Liana Milella su Repubblica ha spiegato in maniera dettagliata e professionale sabato ai lettori antiberlusconiani che il profilo del signor Agrama, che secondo i giudici italiani era il compare di Berlusconi nel creare fondi neri gonfiando i prezzi, è stato certificato invece come l'agente ufficiale della casa cinematografica Paramount. Agrama trattava con Rai e Mediaset, in lite fra loro per i film e trattava con la Svizzera per i film in lingua italiana destinati al cantone ticinese e trattava con la Francia, il Portogallo e la Spagna, stabilendo i prezzi in accordo con la sua azienda e dunque non esisteva alcun complice, nessun fondo nero e insomma l'intera accusa crolla come un castello di carte. Il segretario del partito che condivide la partnership di governo insieme al Pdl avrebbe potuto e dovuto manifestare semplicemente il desiderio di arrivare alla verità, di assicurare a un ex presidente del Consiglio e leader di tanti milioni di italiani, la migliore difesa, la più ampia facoltà di praticare ogni via per vedere garantiti non soltanto i suoi diritti, ma i diritti di milioni di rappresentati che hanno scelto lui come rappresentante.
Sarebbe stato leale, onesto, degno di un rappresentante di una classe dirigente responsabile. Invece: «Abbiamo i numeri. Usiamoli». È tutto quel che importa al leader del partito partner di governo. Ma perché?
Naturalmente in politica nulla accade per caso e non esiste forse neppure la categoria della malvagità, benché venga spesso il sospetto che sia l'ispiratrice di molte azioni nefaste. Però si deve pensare che se Epifani, sostenitore assoluto di Enrico Letta contro la presa del palazzo da parte di Matteo Renzi, assume una posizione di feroce intransigenza, la ragione di un tale atteggiamento deve essere per forza politica, causata dalla faida interna al Pd.
Il conflitto che proietta le sue lunghe ombre sulla giunta al Senato è quello tra Epifani (che punta sulla liquidazione immediata di Berlusconi) e quella di Renzi che per lo stesso risultato preferisce invece tempi più lunghi. Nessuna delle due posizioni è dettata da motivi etici, giuridici o parlamentari (anche se ogni posizione è sempre travestita con grandi parole) ma soltanto dalle lotte interne al Pd.
Renzi è accreditato nei sondaggi per avere la capacità di «sfondare» nelle praterie dell'elettorato berlusconiano, talvolta deluso, talvolta irritato, che sarebbe sensibile all'approccio mediatico del sindaco di Firenze, accusato in casa sua di essere un «berlusconino» cioè di far tesoro delle qualità comunicative del fondatore di Forza Italia. Il fatto è che Renzi, che teoricamente è pronto a correre per la segreteria, in realtà vuole Palazzo Chigi, cosa che difficilmente potrà ottenere prima di nuove elezioni che nessuno è in grado di prevedere. Quando ci saranno le elezioni, Renzi spera di poter contare sulla definitiva uscita di scena di Berlusconi anche come padre nobile, perché in caso contrario non riuscirebbe a effettuare il raid nell'elettorato di centrodestra.
Dall'altro lato Epifani, tutelando a suo modo Enrico Letta, vuole fare terra bruciata sulle praterie di cui sogna Renzi, anticipando con la massima accelerazione l'uscita di Berlusconi non soltanto dal Senato, ma anche da una posizione di preminenza politica, cominciando intanto da una procedura spicciativa e senza graduazioni nella discussione e nella votazione in giunta. Questo irrita fortemente i renziani, che agiscono quindi di fatto come le colombe del Pd, mentre gli uomini guidati da Epifani sono i falchi.
I cosiddetti falchi del Pdl pensano a questo punto di stoppare la manovra di Epifani gettandosi anima e corpo nel tentativo di provocare elezioni anticipate, che prevedono prima di tutto che sia staccata la spina del governo per forzare la mano a Napolitano.
Che il presidente della Repubblica si faccia forzare la mano e conceda le urne a breve sembra impossibile. Ma sta di fatto che l'unica eventuale maggioranza alternativa in Parlamento potrebbe essere quella raccogliticcia dei transfughi del M5S, sommati ai quattro senatori a vita tutti di un'unica opinione politica e con la vaga speranza - smentita ovunque - di qualche piccola defezione governativa.
Si tratterebbe di briciole e sembra impossibile che Napolitano possa mettere in pista una coalizione del genere con quel che aspetta il Paese. Ma credo che questo disegno a scacchiera possa fare un'idea della vera posta in gioco di queste ore, tutta sulla pelle di Berlusconi. Il quale, a mio inesperto parere, farebbe bene a far presentare subito a Brescia una richiesta di revisione totale del processo Mediaset, come garantito dagli articoli 629, 630 e 635 del codice di procedura penale. Sarà certo la partita più difficile e amara della storia repubblicana.

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