La nave Sea Watch è al momento ancora ferma al porto di Taranto e non ci sono previsioni per una sua partenza a breve. Lo scorso maggio è stata oggetto di intimidazioni e spari da parte della Guardia costiera libica in acque Sar gestite dal Paese africano e ha successivamente ottenuto il porto nel nostro Paese. Qui, al suo arrivo, il comandante Anne van Dam è stato indagato dalla procura per favoreggiamento all’ingresso illegale, quindi favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È un reato che viene raramente applicato alle navi delle Ong che arrivano nei porti italiani ma che, in questo caso, è stato probabilmente ravvisato in ipotesi in attesa di indagine.
“Rischio fino a 20 anni di carcere e multe che non potrei mai pagare. Indagini del genere non si vedevano da molto tempo, le ultime sono state ad esempio contro la capitana della Sea-Watch Carola Rackete nel 2019 o contro l'equipaggio della "Iuventa" nel 2018”, ha dichiarato il capitano al quotidiano tedesco Taz. “Quando gli agenti sono saliti a bordo, pensavo venissero per indagare sull'accaduto e sostenerci. Ma di questo non si è interessato praticamente nessuno. Al contrario, sono stato accusato io stesso. Voglio dire, le nostre aspettative non erano particolarmente alte, ma non avrei mai pensato che sarebbero state così deluse. Questo mi fa davvero arrabbiare. L'Ue deve smettere di finanziare la guardia costiera libica e di dare loro delle navi”, ha aggiunto il comandante, che era alla sua prima missione in questo ruolo con Sea-Watch.
Secondo lui, quello dell’Italia sarebbe “un ulteriore tentativo di ostacolare il soccorso civile in mare. Procedure del genere servono a dissuadere noi e altri dal fare del tutto il nostro lavoro. Chiunque stia pensando di imbarcarsi su una nave da soccorso deve vedere quale rischio personale sia connesso”. Ma dalle Ong confidano sul soccorso togato italiano, perché “tali provvedimenti non hanno retto in tribunale e ci è stata data ragione. Con la nostra rete Justice Fleet cerchiamo di rendere pubblico tutto questo”. Il comandante van Dam attribuisce erroneamente l’aumento di morti alle leggi Piantedosi, sostenendo che questo “è dovuto anche al fatto che, a causa delle leggi italiane Piantedosi, le nostre navi vengono regolarmente bloccate per lunghi periodi e inviate in porti molto lontani dopo i salvataggi. In questo modo perdiamo tempo prezioso”. Il comandante forse è all’oscuro del fatto che nel Mediterraneo si affacciano numerosi altri Stati, anche europei, in cui si può chiedere un porto, decisamente più vicini rispetto ai porti del nord come Ravenna, Livorno e Genova. Se lo scopo ultimo fosse davvero trovare un porto vicino e sicuro per lo sbarco, ce ne sarebbero ma, probabilmente, ci sono altre ragioni.
Il capitano van Dam considera anche “particolarmente preoccupanti” gli attuali “progetti di legge dell'Italia volti a vietare completamente l'ingresso alle navi da soccorso civili in futuro”, il cosiddetto blocco navale introdotto nel recente decreto Sicurezza che, per ragioni di sicurezza nazionale, prevede l’interdizione fino a 6 mesi all’ingresso di una nave nelle acque territoriali dello Stato. Un provvedimento che può essere attuato specificatamente per una nave laddove vengano individuate criticità. In caso di violazione è prevista la confisca. Oggi, inoltre, è entrato in vigore il nuovo Patto per l’asilo e le migrazioni dell’Europa, che crea “angoscia” in van Dam per il sistema dei return hub: "Il nostro compito in mare rimane lo stesso: salvare le persone dal pericolo di naufragio. La riforma non cambia questo aspetto.
Ma se le persone, dopo il loro salvataggio, si troveranno di fronte a prospettive simili, ciò influenzerà il modo in cui le informeremo a bordo delle nostre navi. Allo stesso tempo, mi aspetto che organizzazioni come Sea-Watch si muovano contro tali sviluppi anche a livello politico e legale. Sulla nave stessa le nostre possibilità sono limitate”