Napolitano non si fida e chiede conto a Padoan Poi firma il decreto Irpef

M a siete sicuri delle coperture? Ma ce la faranno i ministeri a tagliare 700 milioni in due mesi? E gli enti locali, accetteranno di dimagrire? A metà mattina il capo dello Stato convoca in fretta e furia Pier Carlo Padoan e gli chiede come stiano realmente le cose sul decreto Irpef, quello degli 80 euro. Prima di dare il via libera, Giorgio Napolitano vuole sapere se l'Italia se lo può permettere, vuole capire perché non si tratta di misure strutturali, soprattutto vuole far vedere che sul Colle, finita la stagione dei governi del presidente, non c'è un passacarte ma ancora Re Giorgio, nella pienezza delle sue prerogative. Infatti alle cinque di sera, dopo averlo tenuto in sospeso per un giorno e mezzo, firma il provvedimento.
«Chiarimenti ulteriori» e «scambi di opinioni», questo il linguaggio diplomatico con cui viene illustrata la necessità del supplemento d'indagine sul pacchetto Irpef. Da qualche giorno Forza Italia domandava al Quirinale la massima attenzione. «Il presidente non cada nel gioco elettoralistico - le parole di Renato Brunetta in mattinata -. Le norme devono essere coperte, secondo modalità che non lascino dubbio alcuno, se non si vuol far ripiombare l'Italia nell'incubo di una nuova procedura d'infrazione». Napolitano, anche se non vuole creare altri problemi a Renzi, non poteva far finta di nulla.
Da qui il congelamento dell'altra sera, la frettolosa convocazione del ministro dell'Economia e il successivo interrogatorio. «Nessun nodo da risolvere ma un colloquio per esaminare, dopo la fase di pre-istruttoria, gli effetti futuri delle norme del decreto», così la raccontano dal Mef. In realtà le domande di Napolitano a Padoan si concentrano su due temi precisi. Il primo riguarda la solidità della sforbiciate previste. Il governo ha programmato 700 milioni di risparmi da parte degli enti locali e altrettanti dai ministeri: i diretti interessati hanno sessanta giorni di tempo per auto-tagliarsi le spese. «E se non lo faranno? Ne risentiranno i conti pubblici?». La risposta del ministro è no, «perché il decreto è coperto dalle clausole dei salvaguardia». Se gli enti locali non dimagriranno, Palazzo Chigi bloccherà i trasferimenti alle Regioni. Se i mandarini della burocrazia statale faranno resistenza, partiranno degli impietosi tagli lineari.
Il secondo punto sollevato da Napolitano è quello dell'insostenibile leggerezza dell'intervento. Il bonus degli 80 euro infatti è una tantum, non è strutturale. «Si chiama bonus proprio per questo», dicono dall'Economia: detrazioni permanenti dell'Irpef arriveranno presto dalla legge di stabilità. Quanto al futuro, giurano, non ci saranno brutte sorprese. «Non spunta nessuna nuova tassa né ovviamente alcun prelievo sui conti correnti - si legge in una nota di Palazzo Chigi - ma il semplice adeguamento previsto dall'annuncio del 12 marzo. Stiamo semplicemente facendo ciò che abbiamo annunciato, mentre la misura degli ottanta euro non è finanziata dalle rendite ma dai tagli alla spesa. Nessun collegamento tra la rendita finanziaria e il bonus».
Anche Pier Carlo Padoan, dopo l'incontro al Quirinale, cerca di rassicurare mercati e elettori. «Tagliamo le tasse per le imprese (Irap -10%), aumentano le tasse sulle rendite finanziarie. La finanza sia al servizio di impresa e lavoro - scrive su Twitter - Quindi nessuna nuova tassa sulla ricchezza. Aumentano le imposte sui guadagni della ricchezza finanziaria, le togliamo a chi crea lavoro».

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