Napolitano telecomanda Letta e lo convince a non mollare

Nei 90 minuti di colloquio il capo dello Stato indica la via parlamentare al premier e critica l'aut aut di Berlusconi: troppi problemi in Italia, fibrillazioni inammissibili

Napolitano telecomanda Letta e lo convince a non mollare

Fuori i secondi, basta con i mediatori. Alfano ci ha provato fino all'ultimo, zio Gianni pure: l'Eminenza Azzurrina nel pomeriggio si è precipitato a Palazzo Chigi per metterci la millesima pezza. Ma adesso, secondo Letta, il tempo del negoziato è scaduto. «Se vogliono farmi cadere, devono lasciare le impronte digitale». Il capo dello Stato è d'accordo. Serve «chiarezza, spiega, e «subito» perché così, in questo Vietnam quotidiano, il governo non può andare avanti.
Un chiarimento dunque, anzi «un doppio chiarimento». Il primo già nella riunione serale del Consiglio dei ministri, con la pattuglia governativa del Pdl chiamata a confermare il suo impegno. Il secondo «a breve», la prossima settimana, con un voto di fiducia su una serie di punti programmatici. Una specie di tagliando su fisco, economia e riforme per la «fase due» dell'esecutivo delle larghe intese. O la va o la spacca, questa è la linea che il presidente della Repubblica e il premier concordano durante un lungo vertice «di regia» al Quirinale.

Letta se la vuole giocare fino in fondo, convinto che ci sia ancora qualche margine, che quello di Berlusconi sia solo un bluff. Il Cav non ha fatto retromarcia, e nemmeno frenato, però almeno ha tolto il piede dall'acceleratore. Napolitano invece è più scettico. «Tranquillo? Non posso saltellare», ha detto in mattinata al convegno della Bocconi su Spaventa. E non aveva ancora parlato con Draghi e Visco, che gli hanno dipinto scenari foschi in caso di crisi. Ma l'instabilità permanente, il «logoramento» progressivo a cui sembra destinato il governo, forse è ancora peggio. Da qui l'ottimismo solo di maniera manifestato da Re Giorgio a Milano. La situazione, a suo modo di vedere, si è incartata anche di là delle intenzioni iniziali. Così, quando parla alla Bocconi, si lamenta per lo «smarrimento di ogni nozione di rispetto civile e di ogni costume di rispetto istituzionale e personale». Ce l'ha con il Pdl, ovviamente. Napolitano però è deluso dall'intero sistema dei partiti italiani, sfiduciato nella possibilità che riescano, nemmeno in una simile occasione, ad avere «senso di responsabilità». E pure il Pd, ai suoi occhi, ha diverse colpe.

Ma se diverse sono le speranze, uguale è l'idea per uscire dall'imbuto. Non è più ora di toni felpati, spiega Napolitano al premier nell'ora e mezzo di colloquio, questo è il momento del dentro o fuori. I problemi dell'Italia e della gente sono tanti e di tale portata che non è ammissibile comprometterne la risoluzione con fibrillazioni, aut aut o minacce. L'esecutivo delle larghe intese è un governo di servizio, nato per affrontare le emergenze del Paese. Altre questioni, anche «importanti e delicate» come l'agibilità politica del leader del centrodestra dopo la sentenza della Cassazione, con Palazzo Chigi non c'entrano. Perciò il capo dello Stato consiglia a Letta di fare martedì un discorso alto e soprattutto «vigoroso» e di richiamare all'ordine la maggioranza con un nuovo voto di fiducia. È l'unica speranza, dice, per stanare il Pdl e raddrizzare la barca. Funzionerà? I dubbi sono tanti, però vale la pena di tentare. Quanto al dopo, il Colle non vuole bruciare i tempi. Letta-bis? Governo con i «responsabili»? Governo istituzionale? Governo di scopo? L'unica cosa certa è che di tornare subito alle urne non se ne parla nemmeno: prima bisogna almeno approvare la legge di stabilità e possibilmente anche la riforma elettorale, dicono al Quirinale, se non vogliamo, un anno dopo, ritrovarci alla casella di partenza, con un Parlamento fatto di tre minoranze.

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