«Ranucci che si paragona a Moro, Falcone e Borsellino? Non so se faccia più rabbia, pena o tristezza». Matteo Salvini va subito all’attacco dopo il post pubblicato da Sigfrido Ranucci, nel quale il conduttore di Report accosta la propria vicenda a quella di alcune delle figure più importanti e tragicamente scomparse della storia repubblicana. Per il leader della Lega, alla luce «degli inquietanti dettagli che stanno emergendo in queste ore», a partire dall’arresto di Valter Lavitola, è arrivato il momento di mettere in discussione la presenza di Ranucci nel servizio pubblico. Salvini ritiene quindi «opportuno che il servizio pubblico, finanziato da tutti gli italiani, sospenda la collaborazione».
Il post di Ranucci arriva peraltro in una giornata segnata da una svolta nell’inchiesta sull’attentato alla sua abitazione con Lavitola che durante l’interrogatorio di garanzia, ha ammesso di essere il mandante. Sul caso interviene anche Giovanni Donzelli. Il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia contesta innanzitutto il paragone con Moro, Falcone, Borsellino e Piersanti Mattarella. Chiede a Ranucci di spiegare i suoi rapporti con Lavitola. Poi pone una domanda più politica: «Ranucci ha utilizzato il servizio pubblico per preparare la sua personale discesa in campo in politica?». Il parlamentare precisa però di non voler applicare al conduttore lo stesso metodo che, a suo giudizio, Report avrebbe utilizzato negli anni contro gli avversari: «Lasciamo a chi di dovere il compito di stabilire la verità».
Sulla stessa linea Alessandro Cattaneo, che richiama il principio garantista ma sostiene che Ranucci debba ora confrontarsi con le conseguenze di una vicenda che coinvolge una persona a lui molto vicina. «Forse ora comprenderà lui cosa si prova a essere vittime di quel metodo di cui lui è stato artefice in più occasioni», osserva il deputato di Forza Italia, auspicando che «si faccia chiarezza presto». E aggiunge: «Lasciamo stare i nostri eroi civili come Falcone e Borsellino, la vicenda nulla c’entra».
Ancora più duro il senatore di Fratelli d’Italia Sandro Sisler secondo cui l’accostamento di Ranucci a Falcone, Borsellino e Piersanti Mattarella sarebbe «quantomeno blasfemo» alla luce dell’arresto di Lavitola. Anche Maurizio Gasparri, pur sottolineando che allo stato Ranucci resta la parte lesa, parla di un problema «serio e concreto» di reputazione e credibilità. Il presidente della commissione Esteri del Senato richiama inoltre la lunga telefonata successiva alla perquisizione. Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI, invece, punta il dito contro la sinistra. «Secondo voi dopo aver accusato Giorgia Meloni di aver creato un clima contro Ranucci adesso chiederà scusa? No, figuriamoci, anzi ci attacca e dice che la stampa è libera di dire quel che vuole. Sì, libera di dire ciò che vuole la sinistra». Il punto politico, dunque, si sposta dall’attentato al rapporto tra Ranucci e Lavitola, mentre l’inchiesta giudiziaria dovrà chiarire soprattutto movente, consapevolezza e responsabilità. La confessione non chiude la vicenda: al contrario, apre nuovi interrogativi proprio mentre il post di Ranucci riaccende lo scontro politico sulla sua permanenza alla guida di Report.
Per i componenti di FdI in commissione antimafia, «trascinare gli eroi dell’antimafia nel pantano è una strumentalizzazione inaccettabile».
