No, rifiutare la maternità è autolesionismo

Una donna che dona la vita è ancor più donna. Solo l'egoismo soffoca questo istinto naturale

No, rifiutare la maternità è autolesionismo

Alzi la mano chi invidia una donna che non può aver figli. Credo che nessuno possa alzarla. Perché donna è sinonimo di maternità. Poi ciascuna può decidere quando avere un figlio, se averlo o no. Ma nessuna donna può negare di sentirne il desiderio, fin dall'infanzia. Tutte abbiamo sperimentato i primi gesti di cura e accudimento con le bambole; tutte abbiamo sentito l'emozione di nutrire, anche una sola volta, un fratellino o un piccolo amico.
L'istinto di dare la vita è il motore di ogni nostra cellula; il nostro corpo ci rende da subito fiere di poter essere un giorno portatrici della vita che si rinnova. Poi succedono tante cose che inducono a fare scelte più razionali, egoistiche o necessarie. E l'istinto viene sepolto da motivazioni estemporanee o insuperabili: la paura, l'egoismo, la carriera, la mancanza di denaro o dell'uomo giusto.
Ma molte donne ascoltano e seguono l'istinto, anche se è apparentemente tardi, anche a costo di immani cure ormonali, di sacrifici personali, persino se non c'è l'uomo del tutto. Perché avere un figlio vuol dire conoscere l'essenza insuperabile dell'amore, dare un senso alla fatica di vivere, rendere etica la propria capacità di produrre, conoscere la responsabilità di creare e formare una persona. Significa anche programmare il futuro nell'illusione dell'eternità; non ragionare solamente con l'«io» ed emozionarsi, prima di ogni scelta, con il coinvolgente «noi».
Certo, ci sono anche mamme indifferenti, cattive o assassine; come, del resto, figli deteriorati dal disamore o dall'incapacità. Ciò non toglie che l'avere figli non porta solamente sacrifici, ansie e rinunce che, anzi, sono irrilevanti rispetto al motore costante dei sentimenti che vivificano l'anima e rivelano il senso profondo dell'esistenza.
Una donna che non può avere figli, a nessun costo, cerca disperatamente di adottarli, di avere anche l'affido temporaneo. Non credo si possa definire questa voglia come pura generosità sociale, potendosi invece intuire come espressione di un bisogno primordiale, insoddisfatto altrimenti. Non si giustificherebbe infatti la capacità incredibile di queste donne di sottoporsi a tremendi iter burocratici, sedute psicologiche, frustrazioni ripetute, attese estenuanti che vanno ben oltre i nove mesi della più semplice gestazione.
Non è invidiata quindi una donna che non può avere figli, ma neppure può essere invidiata una donna che non vuole avere figli. Non sono quindi per nulla d'accordo con quanti negano che la femminilità si identifichi con la maternità. Anzi credo che le donne di questa idea stiano reprimendo la loro femminilità; nell'obiettivo di essere più uguali al maschio, queste donne vedono, nel bisogno di libertà assoluta, la illusoria conquista della pari dignità di genere.
Negarsi un figlio per la carriera, il piacere, un malinteso senso di libertà, è una specie di autoviolenza al cuore più segreto e potente della femminilità.
Significa dire, voglio appropriarmi anche della parte peggiore dell'uomo per non essere da meno: egoista, un po' vile, libera di fare e disfare, incapace di proteggere.
Invece, una vera donna, non competitiva con il genere maschile, è davvero libera, appagata e anche di successo, solo quando può dimostrare di sapere fare tutto, come solo una donna sa fare, specialmente avendo regalato al mondo uno o più figli.
Se è vero che donna non si nasce, ma la si diventa, l'essere madre fa diventare più donna di qualsiasi altra donna.

segue a pagina 19

di Anna Maria Bernardini de Pace