"Non potevo morire così. Mi sono salvato pensando a mia moglie incinta"

Raffaele Chiarlone, uno dei superstiti che si è salvato riuscendo a tornare a galla, dal Reparto di Rianimazione è uscito dopo poche ore per essere trasferito in Ortopedia. Ha un braccio rotto, il destro, e qualche «cucitura» sul sinistro. Due cerotti in fronte. Un miracolato il trentaseienne sottocapo della Capitaneria di porto di Genova.

È uno dei tre rimasti intrappolati nell'ascensore della torre di controllo distrutta dal Jolly mentre l'edificio, alto una cinquantina di metri si piegava su se stesso prima di finire in mare. Il «Secolo XIX» lo ha intervistato. La sua è una testimonianza da far gelare il sangue. «Avrò un figlio, non potevo morire», racconta steso su una barella dal lenzuolo bianco marchiato «Galiera». Al momento del disastro stava scendendo con altri due colleghi al piano terra. Aveva appena finito il turno. «È successo tutto in un attimo, una cosa quasi impossibile da spiegare. Il finimondo, come se fosse avvenuto il terremoto. Poi l'ascensore è precipitato nel vuoto. In un attimo mi sono trovato in acqua».

L'incubo allo stato puro. «Era tutto buio-racconta al giornalista- e l'acqua era gelida. Mi sono dibattuto. Ho dato due testate nel cemento che avevo sopra, alla fine sono riuscito a trovare un varco e sono venuto su». A cosa pensavo? «A mia moglie incinta, Laura. E mi sono detto: “Non posso morire così» Dopo una decina di minuti i soccorritori lo hanno salvato.,

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