Ore 17, Berlusconi non è più libero

Milano Il Silvio Berlusconi che alle cinque e mezza di ieri entra in una brutta palazzina alle spalle di San Vittore, e il Silvio Berlusconi che ne esce cento minuti dopo sono apparentemente la stessa persona, se non fosse per un piccolo dettaglio: il primo è un uomo libero, il secondo non lo è più. In quei cento minuti trascorsi al primo piano, in un ufficio del ministero della Giustizia chiamato Uepe, si è consumata la mutazione. Nell'istante in cui Berlusconi ha firmato «per accettazione» l'elenco degli obblighi stabiliti dal tribunale di sorveglianza si sono rinchiuse intorno a lui le maglie stabilite dalla magistratura per fargli espiare in affidamento ai servizi sociali la condanna a un anno di carcere. Maglie ampie, ma pur sempre maglie. Obblighi di cui tenere conto. Ieri sera, subito dopo la fine del colloquio, Berlusconi decolla per Roma: e anche questa è una concessione dei giudici, per permettergli di svolgere attività politica. Ma con un occhio all'orologio: entro le 23 deve essere a Palazzo Grazioli, nella sua residenza romana, e non uscirne più fino alle 6 del mattino.
Si compie così, dopo un inseguimento giudiziario durato quasi vent'anni, la fine della libertà di Berlusconi. Adesso, nei prossimi giorni, arriveranno le altre conseguenze concrete, a partire da quella che più affascina i media, le quattro ore di volontariato nel centro per anziani di Cesano Boscone. Ieri il Cavaliere conferma a Severina Panarello, capo dell'Uepe di Milano, la sua disponibilità, e indica le fasce orarie in cui vorrebbe andare a Cesano. Chiede di poter svolgere l'attività di venerdì. «Va bene», gli viene risposto: non a partire dal prossimo weekend, perché mancano ancora alcuni dettagli organizzativi, ma da quello successivo, dopo il Primo Maggio. Parlano a lungo, Berlusconi e la funzionaria. Come l'ha trovata, la Panarello?, chiede un cronista all'uscita, e il Cavaliere fa un mezzo sorriso come per dire: okay. Ma sarà un rapporto lungo e complesso, quello tra un condannato che non rinuncia a rivendicare la sua innocenza e una assistente sociale e criminologa che vuol fargli prendere coscienza del suo reato.
Uscendo, in un bailamme di spintoni, Berlusconi si concede una battuta: «Sono stato assegnato ai servizi sociali, non imprigionato da fotografi e reporter, non me l'hanno data questa pena». Poi viene trascinato via, anche se volesse parlare non potrebbe, risponde a monosillabi o poco più. I servizi sociali saranno un problema per la campagna elettorale? «Spero di no, spero di no». Quando comincerà il volontariato? «La settimana prossima». Cosa avete fatto negli uffici? «Ho firmato le prescrizioni». Nient'altro. Ma le prescrizioni che Berlusconi ha accettato sono solo quelle relative ai limiti orari e di spostamenti, al divieto di incontrare «pregiudicati e tossicodipendenti e di frequentarne gli ambienti», eccetera. Non c'è l'impegno a rispettare l'obbligo aggiuntivo che il tribunale gli ha inflitto, quello di non attaccare più la magistratura, pena la revoca dell'affidamento. Solo i prossimi mesi diranno quanto l'ex premier saprà e vorrà trattenersi.
Il conto alla rovescia dice che Berlusconi finirà di scontare la sua pena, e tornerà un cittadino libero, il 22 aprile 2015: ma applicando la liberazione anticipata per buona condotta il «fine pena» scatterebbe già il 7 marzo 2015. Se la Panarello farà una relazione favorevole, a quel punto il tribunale dichiarerà estinta la pena e anche i suoi effetti penali, compresa l'interdizione dai pubblici uffici. È in questo percorso, stretto e faticoso ma complessivamente accettabile («se fossi colpevole lo considererei un buon trattamento, il problema è che sono innocente» avrebbe confidato nei giorni scorsi) che Berlusconi intende ora muoversi. Ben sapendo che altri guai potrebbero piombargli addosso strada facendo.

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