Al terzo posto del podio dei peggiori, questa settimana, abbiamo il fronte del No alla riforma della giustizia che si dà al curling per vincere il referendum ma finisce inesorabilmente squalificato. Pensavamo di averle viste tutte quando la Schlein se ne era uscita dicendo che chi vota sì è un fascista ma questa settimana ci siamo dovuti ricredere. Ecco infatti il surreale spot apparso sulla pagina del Partito democratico in cui per convincere gli italiani a votare no viene sfruttata l’immagine degli azzurri Amos Mosaner e Stefania Constantini, medaglia di bronzo nel curling a Milano-Cortina. Appena inizia a girare il risultato non è affatto quello sperato. Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, si dice "esterrefatto". Mosaner protesta duramente spiegando che mai e poi mai ha autorizzato l'uso delle immagini e ne chiede la rimozione. Al Pd non resta che fare marcia indietro: bofonchia qualche giustificazione, dice che si tratta di "ironia" e poi rimuove il video. Resta l’ennesima figuraccia di un partito, quello della Schlein, che non sa più cosa fare per fermare una riforma della giustizia necessaria e giusta. Un partito che, anziché confrontarsi sui temi, la butta in caciara e finisce per essere una barzelletta.
Al secondo posto gli Zan e i pasdaran della lotta all'omofobia che, dopo la sparata di Sigfrido Ranucci sul "giro gay", sono andati letteralmente in tilt. Sull'argomento, in Transatlantico, nessuno fiata. Tutti muti, non una parola. Difficile, e imbarazzante, per i progressisti dei diritti a targhe alterne fare i conti con l'etichetta affibbiata dal loro paladino in una chat con Maria Rosaria Boccia. Come dargli torto: anni di militanza pro Lgbtq+, di sfilate al Gay Pride, di asterischi e teorie gender e poi? Poi scopri che quelli che gridano al “giro gay” e dicono che questo fantomatico "giro gay" è pericolosissimo, ce li hanno in casa. Davvero difficile fare i conti con questo cortocircuito. Eppure sarebbe facile, molto facile. Per iniziare potrebbero aprire gli occhi su Ranucci. E non solo su questa storia delle chat. Ma capiamo la difficoltà a prenderne le distanze dopo che per anni si sono serviti dei servizi di Report per colpire nel momento più opportuno i propri nemici. Si sa, tra compagni d’armi non ci si attacca mai. Anche quando i compagni... sbagliano.
Al primo posto ci sono i "democraticissimi" censori di Andrea Pucci. Non appena hanno sentito dell'invito al Festival di Sanremo, nientepopodimeno in veste di co-conduttore al fianco di Carlo Conti, si sono stracciati le vesti. Le accuse: è omofobo, è razzista, è fascista e chi più ne ha più ne metta. "No pasarán!", ci è sembrato di sentirli urlare. E così dopo gli anatemi della sinistra, che sui social si sono trasformati in insulti e minacce da parte dei soliti leoni di tastiera, il comico ha gettato la spugna e ha fatto un passo indietro. "Nel 2026 - ha commentato Pucci - il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l'uomo di destra e l'uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico". Ma è un concetto che le opposizioni faticano a comprendere. Ed è per questo che, come sottolineato dalla Meloni, "la deriva della sinistra in Italia sta diventando spaventosa". Quello che, come al solito, fa inorridire è il doppiopesismo di questa sinistra.
Pucci è volgare: la Littizzetto non lo è? Pucci è schierato: Benigni non lo è? Non solo. Se Pd e compagnia chiedono la cacciata di Pucci, è cosa buona è giusta; se qualche esponente del governo esprime solidarietà al comico, non va più bene.